Pattern, la sostenibilità non è una moda

Il CEO Sburlati ci racconta una sfida di responsabilità ventennale nell’industria del fashion



FTA Online News, Milano, 02 Nov 2020 - 17:10

"La sostenibilità per Pattern è strategica e infatti affianca la nostra azienda fin dalla sua fondazione vent’anni fa. Noi progettiamo, prototipiamo e produciamo per i grandi marchi della moda. Nel tempo abbiamo deciso di rafforzare il nostro impegno nella sostenibilità perché crediamo che i tre pilastri della nostra azienda siano la tecnologia, le persone e la sostenibilità. Non è solo una scelta di visione, ma di competitività, che ci ha imposto sacrifici ma che ha anche premiato i nostri risultati". Luca Sburlati, CEO Pattern, azienda fondata nel 2000 da Fulvio Botto e Francesco Martorella, attualmente soci di maggioranza e direttori tecnici, sa bene di cosa parla, perché ha avuto un peso importante nella strategia sostenibile di Pattern fin da quando è entrato nel gruppo nel 2012.

"Quell’anno abbiamo cominciato a prepararci per la certificazione SA8000 sulla Social Accountability, perché abbiamo capito che le nostre persone e il loro talento erano la chiave della nostra attività. Non era una scelta scontata, ma questo standard che impone 9 requisiti sociali concordati in sede ONU dall’ILO (l’Organizzazione internazionale del lavoro) voleva essere già una scelta di campo, l’avvio di un percorso che abbiamo confermato nel rapporto con tutti gli stakeholder".

 

Tre anni dopo avete cominciato a redigere il bilancio di sostenibilità… una scelta importante per una piccola impresa.

"Nel 2015 abbiamo redatto il nostro primo bilancio di sostenibilità improntato sugli standard mondiali dell’ONU, con le indicazioni sugli obiettivi SDG. È stata un’evoluzione naturale dell’impegno che avevamo preso sui processi, sulle persone, sul rapporto con i fornitori, con i clienti e con l’ambiente. Nell’industria della moda non era comune, anzi. Siamo però una delle industrie che hanno al contempo uno dei maggiori impatti ambientali e una delle maggiori intensità di manodopera. Abbiamo deciso così di trasformare la sfida in una risorsa per la competitività. Abbiamo chiamato il nostro piano "From Red to Green Carpet". Così ci siamo posti, per esempio, l’obiettivo di essere carbon neutral entro il 2023".

 

Fra il 2019 c’è stato però un balzo delle vostre emissioni di CO2 da 122,4 a 200 tonnellate. Immagino che anche la pandemia che ha tanto colpito il fashion abbia avuto un peso sul vostro business. Cosa rilevate da questo punto di vista? Potete confermare gli obiettivi?

"Assolutamente sì. Noi negli ultimi anni abbiamo fatto due acquisizioni importanti, la prima riguarda Roscini, nel 2017, e ci ha permesso di ampliare il perimetro della progettazione dalla collezione uomo alla collezione donna. La seconda è quella più recente di SMT, società emiliana, che scandisce il nostro ingresso nella maglieria. Proprio il cambiamento di perimetro di rendicontazione – e segnatamente l’ingresso di Roscini - genera quell’aumento delle emissioni, insieme alla crescita della produzione. Consideri che siamo rapidamente passati da 180 a 270 dipendenti. Da due anni compriamo solo energia green, quindi sulla carta siamo già carbon neutral, ma non ci basta. Per il nuovo magazzino che affianca la storica sede di Collegno abbiamo realizzato un impianto geotermico da 140 kW per raffrescamento e riscaldamento. Per l’autoconsumo abbiamo attivato un impianto fotovoltaico da 67 kW e abbiamo anche cambiato tutti gli infissi dell’azienda per rafforzare la nostra efficienza energetica. Abbiamo persino rimosso i distributori di bottigliette di plastica e messo delle fontanelle per le borracce dei nostri dipendenti: si è tradotto in un risparmio di decine di migliaia di bottigliette di plastica ogni sei mesi. Confermiamo dunque con sicurezza il nostro obiettivo al 2023".

 

Nel vostro ultimo bilancio di sostenibilità ho notato l’adozione dello standard ZDHC, un impegno nato nel campo della moda dopo la campagna Detox di Greenpeace del 2011. Cosa comporta?

"E’ una conferma tangibile del nostro impegno contro l’abuso di sostanze chimiche nell’industria della moda. A livello europeo esiste già qualcosa del genere con il regolamento Reach, ma se questo rappresentasse una barriera di un metro e mezzo, quella dello ZDHC è posta diciamo a 2,2 metri. E’ insomma molto più stringente e comporta un confronto approfondito su processi e sostanze con i nostri fornitori oltre a importanti analisi in tutta la filiera, dalle sostanze aggrappanti alle acque reflue. Lavoriamo quindi alla continua riduzione dell’impiego di sostanze pericolose o potenzialmente dannose come i PFA, i PFC, i clorofenoli, gli ftalati".

 

E la vostra gente? Come si articola la vostra strategia di sostenibilità sulle persone?

"Abbiamo ormai più di 270 persone che lavorano direttamente per noi, quasi tutti assunti con contratti a tempo indeterminato. Noi siamo alla frontiera fra un artigianato antichissimo e le tecnologie più avanzate e quindi le competenze e le capacità delle nostre persone sono essenziali. La realizzazione di un capo di alta gamma presuppone ormai competenze ingegneristiche avanzate, abbiamo tre persone che operano nel campo della modellistica in 3D. Un buon modellista richiede 10 anni di formazione prima di potere approcciare un cliente, noi ne abbiamo quaranta, nel mondo ce ne sono meno di 300. Ci sono le sarte prototipiste, quelle rarissime sarte capaci di creare un capo completo (nel mondo si lavora quasi sempre per piccole parti con una specializzazione estrema), ci sono le modelliste veri e propri ingegneri ormai ed esperti della supply chain e dell’ICT. Siamo convinti che la tecnologia costituisca una grande opportunità in termini di innovazione di prodotto e di sostenibilità. Con alcuni progetti siamo riusciti a risparmiare fino al 15-20% degli sfridi, ossia degli scarti di tessuto, in un’ottica di economia circolare è un risultato che ci rende orgogliosi. Non esiste poi una formazione scolastica che prepara le nostre figure per cui la competenza diventa ancora più importante. Non a caso tutte le postazioni delle nostre sarte sono doppie, c’è un posto per la figura senior e uno per la junior, così il sapere si trasmette, fianco a fianco".

 

Immagino che il dialogo con i fornitori sia altrettanto essenziale, come vi comportate con loro quanto sono importanti e come declinate su questo fronte la vostra strategia di sostenibilità? Ho letto che la remunerazione dei faconisti copriva nel 2019 il 53% circa del vostro valore aggiunto globale: chi sono?

"Per la creazione di un capo di moda di alta gamma è necessario un dialogo serrato tra tutte le figure coinvolte. Noi ci interfacciamo in maniera strutturale con i clienti e con i fornitori. A questi ultimi richiediamo i nostri standard di sostenibilità e l’adozione dei criteri chiesti dalla ZDHC ci è costata in qualche caso la perdita di collaboratori importanti, ma abbiamo preferito confermare il nostro modello di crescita. Più del 90% dei nostri fornitori opera in Italia, il resto in Europa, circa l’84% del nostro prodotto è però destinato all’export. La qualità deve essere dunque garantita a tutti i livelli, noi chiediamo oltre a questo la sostenibilità. I faconisti sono le imprese che, dopo la nostra fase di progettazione e prototipazione, si occupano della produzione. Devono dunque rispettare i nostri standard. Abbiamo, per esempio, due importanti faconisti in Puglia con cui lavoriamo molto bene da anni, ma anche con questi stakeholder - così come i fornitori - richiedere certi impegni non è stato semplice in molti casi, perché hanno un costo e perché non ci accontentiamo di garantire con il nostro nome, ma ci affidiamo a società di audit indipendenti per certificare il rispetto dei criteri".

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