La Cina verso una cauta apertura ai mercati internazionali


Quando Zhou Xiaochuan, governatore della Banca centrale cinese, affronta il delicato argomento della libera convertibilità dello yuan, usa sempre un'estrema prudenza. Una cautela che conferma l'accortezza con la quale la Cina sta gestendo l'internazionalizzazione della propria valuta.

D'altra parte, nonostante i numerosi segnali di apertura, il cambio dello yuan con le altre divise rimane basilare, sia per i vantaggi che consente nelle esportazioni che trascinano l'economia della Repubblica Popolare, sia per il suo ruolo nelle politiche di attrazione di investimenti dall'estero. Un ruolo tanto importante da imporre un cambio controllato: lo yuan, denominato anche Renminbi, può infatti oscillare attualmente dello 0,5% al massimo rispetto a un paniere di cinque altre valute. Un sistema di controllo ancora molto caro a Pechino, come dimostrano anche recenti dichiarazioni in suo favore da parte di Hu Xiaolian, il deputy governor della stessa Banca centrale cinese. Che però questo controllo sia sempre più flessibile è confermato dall'annuncio di Xiaochuan che ha affermato che in futuro sarà ampliata la banda di fluttuazione giornaliera concessa allo yuan.

Molte cose stanno cambiando. Per esempio le riserve della People's Bank of China, le più grandi del mondo pari a 3.180 miliardi di dollari, hanno segnato una flessione su base trimestrale dello 0,6%: la prima dal 1998 a oggi. Sicuramente la compressione del surplus commerciale cinese ha un suo peso. Basti considerare che l'avanzo è passato a 160 miliardi di dollari nel 2011 rispetto al record del 2008 a 295 miliardi di dollari.

D'altronde lo stesso Xiaochuan ha strettamente legato le riforme della politica monetaria all'economia cinese in generale e all'equilibrio del conto corrente della bilancia dei pagamenti in particolare. Come tutti i banchieri centrali Xiaochuan teme, però, l'inflazione che, sotto controllo negli ultimi mesi, è salita oltre le attese a gennaio del 2012 al 4,5%. L'afflusso di capitali dall'estero rischia di fare esplodere i prezzi, uno yuan forte sarebbe un deterrente, ma penalizzerebbe l'export. Occorre cautela dunque.

Eppure i segnali di internazionalizzazione dello yuan, nonostante la prudenza di Pechino, si moltiplicano. L'accordo recente di George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere, con Norman Chan, chief executive dell'Autorità monetaria di Hong Kong, presto renderà Londra il principale centro offshore per gli scambi in valuta cinese. Ne deriveranno vantaggi enormi per entrambe le parti e un passo avanti decisivo verso l'ingresso dello yuan nelle riserve nazionali alla pari (o quasi) con l'euro e il dollaro. Una tessera per il “club esclusivo” delle maggiori valute mondiali piacerebbe molto a Pechino, tuttavia la non piena convertibilità resta un serio ostacolo.

L'uso del renminbi negli scambi commerciali è altrettanto importante e si estende oggi a tutto il globo. Storico l'accordo con il Giappone dello scorso dicembre per l'interscambio in yuan e yen senza bisogno del dollaro. Circa l'80/90% dei pagamenti realizzati in renminbi va in importazioni dai partner commerciali cinesi. Brasile e ASEAN (l'Associazione delle Nazioni dell'Asia Sud-Orientale) coprono il 55% del commercio estero cinese. Se in pochi anni, come alcuni analisti prevedono, almeno la metà degli scambi con ASEAN e Brasile sarà in renminbi (quindi circa 2 mila miliardi di dollari annui totali) allora lo yuan diventerà la terza valuta di scambio mondiale. Il tragitto verso l'internazionalizzazione dello yuan è insomma già segnato.

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Ultimo aggiornamento:  10 Febbraio 2012 - 10:45
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