“La Banca nazionale svizzera imporrà con la massima determinazione un cambio minimo di 1,20 franchi per ogni euro a partire dal 6 settembre. L’istituto è pronto a comprare valuta straniera in quantità illimitate”.
Con un comunicato dai toni insolitamente duri per una banca centrale la Banca nazionale svizzera cercava all’inizio dello scorso settembre di frenare la corsa globale degli investitori verso la sua valuta sempre più trattata dai mercati internazionali come un bene rifugio alla stregua dell’oro. La reazione della Banca centrale europea era gelida: “Il consiglio direttivo prende atto di questa decisione che è stata presa dalla Banca nazionale svizzera sotto la sua responsabilità”.
Alla fine del 2010 la Svizzera si presentava al mondo con un’economia sana, tra le più competitive del globo. Il Pil cresceva del 2,6%, ma la disoccupazione restava sotto il 4% e il debito pubblico era inferiore al 39% del Prodotto interno lordo. A un mondo che registrava un progressivo aggravarsi della crisi del debito sovrano in Europa e che riceveva segnali di ripresa ancora incerti dagli Stati Uniti, la Svizzera non poteva che sembrare un’ancora di salvezza, un salvagente, persino un’oasi.
Così l’affluire di capitale dall’estero sul franco cominciava a farlo decollare nei confronti delle altre valute, con il prevedibile effetto di danneggiare progressivamente l’economia reale del paese. A partire dal marzo del 2011 il rapporto del franco svizzero con l’euro, stabile prima sopra gli 1,3 franchi per ogni euro, cominciava a scendere e vedeva la moneta unica perdere sempre più terreno nei confronti della valuta svizzera. Il cambio conseguentemente scivolava rapidamente a 1,2 e dunque a 1,15 franchi per euro fino a toccare (nel momento peggiore) la parità tra le due monete (1,04) ad agosto.
Nel frattempo gli alberghi svizzeri e i negozi d’oltralpe si svuotavano. I coperti nei ristoranti si riducevano e i turisti tedeschi o italiani cominciavano a trascurare le mete alpine del Paese. L’export si avvitava su se stesso e cominciava a perdere colpo su colpo: paradossalmente essere i più affidabili e competitivi in un mondo che non trovava appigli rischiava di trasformarsi in un fattore di crisi.
Su un campione di 228 imprese intervistate dalla stessa Banca nazionale svizzera per misurare gli effetti del “Superfranco”, ben 143 aziende rispondevano di avere risentito effetti negativi dall’apprezzamento della valuta. Quasi due terzi degli intervistati dichiarava di aver dovuto accettare margini minori sui mercati esteri di sbocco per i propri prodotti.
Nel settore industriale più del 60% degli interpellati affermava di aver subito effetti nettamente negativi dall’apprezzamento: le aziende lamentavano spesso un calo degli ordinativi. Subivano un forte impatto soprattutto l’industria tessile e dell’abbigliamento, i produttori di componenti di precisione e il settore metallurgico e delle macchine.
Il superfranco fiaccava anche le attese per il futuro: le imprese prevedevano per il 2012 un calo del fatturato, del personale e degli investimenti. L’economia svizzera rischia di chiudersi perché la sua moneta pesa ormai troppo.
Una pezza, però, nella seconda parte del 2011, la Banca Nazionale Svizzera riusciva a metterla. Il grafico del rapporto euro/franco evidenziava, infatti, dopo la parità sfiorata ad agosto e l’intervento “a gamba tesa” della banca centrale, una rapida svalutazione della divisa elvetica: il cambio si riportava dunque a 1,2 franchi per ogni euro con punte sopra 1,24 a ottobre. Su questi livelli si muove anche in questo periodo. Per ridare all’economia reale svizzera servirà, però, altro tempo.

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