La Proroga

Il nuovo termine è il 30 Aprile 2010



29 Gen - 12:20

Già prima che si giungesse al termine del 15 dicembre per il pagamento dell’aliquota del 5% sui capitali riportati in Italia il successo di raccolta dello scudo fiscale appariva chiaro a tutti gli operatori. Molti però cominciavano a capire che non tutte le pratiche sarebbero state evase. Fra intermediari e banchieri cominciava a diffondersi una parola che presto sulle pagine della cronaca finanziaria si sarebbe trasformata in una richiesta: questa parola era “proroga”.

Con oltre 90 miliardi di euro di capitali rimpatriati, che allora sembravano anche 110 miliardi (il consuntivo del Tesoro al 29 dicembre calcolerà un saldo di 95 miliardi), con gli sportelli per gli “scudanti” intasati da troppe pratiche complicate per le quali non si sarebbe fatto in tempo, l’idea faceva presto a rimbalzare dalle parti del governo che cominciava a mettere a punto uno schema di dilazione dello scudo con aliquote più elevate.

In quei giorni il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia affermava in proposito: “Una proroga, anche con una percentuale più alta da pagare, potrebbe essere un’opportunità”. Attilio Befera, numero uno dell’Agenzia dell’Entrate, già aveva fatto le sue stime sull’extragettito incassato e commentava: “I segnali sono molto buoni. Non abbiamo ancora numeri precisi, ma ci aspettiamo il regalo di Natale”.

Gli operatori calcolavano che la riapertura dello scudo poteva essere diretta a un 20-30% dei potenziali scudanti rimasti fuori dai giochi: questo significava un potenziale rientro in Italia di altri 30 miliardi di euro. Già l’11 dicembre, in un’intervista al quotidiano MF, l’amministratore delegato di Banca Generali, Giorgio Girelli, diceva: “Se la proroga dovesse arrivare, sarebbe indubbiamente un bel regalo di Natale”. A quella data la sua banca aveva raccolto grazie allo scudo quasi 800 milioni di euro, molti dei quali trasferiti da nuovi clienti che avevano approfittato di questa opportunità. Dopo il primo regalo, insomma, se ne chiedeva un altro. Fiduciarie e gestori oberati di lavoro, private banker costretti a lavorare a ritmi incalzanti sotto le feste di Natale chiedevano altro tempo per chiudere le pratiche più complesse: proroga doveva essere e proroga fu.

Il 30 dicembre il Decreto Legge 194 più noto come Decreto Milleproroghe viene pubblicato in Gazzetta ufficiale. Con esso la scadenza per il rientro dei capitali dall’estero viene spostata dal 31 dicembre 2009 al 30 aprile 2010. Il conto da pagare per chi vuole portare o riportare i capitali in patria, però, cresce. Rimpatrio e regolarizzazione completati entro il 28 febbraio implicano una sanzione del 6% mentre per chi utilizza lo scudo tra il primo marzo e il 30 aprile 2010 l’esborso sale al 7 per cento.

Ma perché quasi un terzo degli interessati non era riuscito a “scudare” i propri capitali prima del 15 dicembre? Oltre alle titubanze e ai ritardi registrati, vanno registrate le vere e proprie manovre di molte banche estere, soprattutto svizzere, avverse a questa fuga di capitali. Altre volte il principale ostacolo a un rientro tempestivo dei capitali era costituito dal fatto che questi erano impiegati in immobili o in portafogli societari complessi. In altri casi ancora i capitali erano stati investiti in opere d’arte o in strumenti finanziari complessi la cui valutazione tutt’altro che immediata impediva agli intermediari di assolvere per tempo tutti gli obblighi di legge.

Un rincaro di uno o due punti percentuali sull’aliquota da versare allo stato passava in secondo piano di fronte al timore di vedere bloccati all’estero questi investimenti. Negli ultimi anni la lotta all’evasione e ai paradisi fiscali e i controlli incrociati del Fisco e della Guardia di Finanza sui contribuenti e sui trasferimenti di denaro hanno infatti limitato notevolmente l’azione degli evasori. Veri e propri casi diplomatici come quello tra gli Stati Uniti e la Svizzera hanno lasciato intendere che con la crisi l’aria era cambiata e i tesoretti illegalmente nascosti all’estero rischiavano di essere scoperti e multati. Intende anche questo Tremonti quando afferma: “Il tempo dei paradisi fiscali è finito per sempre. Portare o tenere soldi nei paradisi fiscali non conviene più, né economicamente, né fiscalmente. Il rendimento è minimo e il rischio è massimo”. Prima di intercettarli però a gran parte di questi capitali si è concesso di rientrare con un dazio minimo e inferiore anche alla semplice tassa sui capital gain (12,5%). Se ne è giovato lo Stato in tempo di crisi con risultati inattesi: 4,75 miliardi di euro di extragettito soltanto nella prima tornata.


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