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Interviste

Fondi pensioni responsabili e sostenibili



Intervista con Renato Guerriero di Dexia Asset Management



18 Mar - 15:52

Fondi pensione e fondi pensione etici, un settore sicuramente assai vivace pur fra qualche incertezza tutta italiana. Ne parliamo con Renato Guerriero, responsabile della filiale italiana di Dexia Asset Management che partecipa alla gestione, fra le altre cose, di Prevaer e di Ubifondo, i fondi di previdenza complementare degli operatori aeroportuali e dei dipendenti di Ubi Banca rispettivamente.

Fondi pensione, fondi pensione etici: quali sono le caratteristiche, quali le differenze?

Più che di finanza etica noi di Dexia Asset Management preferiamo parlare di finanza sostenibile e responsabile in modo da evitare le criticità di un termine come “etica” che si presta a diverse interpretazioni in base ai luoghi e alle culture che lo prendono in esame. Rispetto ai fondi pensione tradizionali sicuramente si tratta di un sottoinsieme correlato a delle scelte di investimento che escludono parte dei possibili asset in base a istanze ambientali, sociali o di governance. Attualmente gli  Investimenti Sostenibili e Responsabili (ISR) del nostro gruppo fanno riferimento ad asset in gestione per 19,7 miliardi di euro pari al 20% dei nostri attivi complessivi e abbiamo 20 fondi in tutte le classi di attivi.

Il rendimento degli Investimenti Sostenibili e Responsabili è paragonabile a quello degli investimenti in fondi pensione tradizionali? La sostenibilità è un vantaggio o uno svantaggio?

Ci sono molti studi al riguardo. Il gruppo di lavoro dell’Onu Unep ha sottolineato risultati migliori della finanza sostenibile rispetto a quella tradizionale nella prospettiva di 5-10 anni. Noi ci manteniamo più cauti e preferiamo parlare di equivalenza delle performance, ma con rischi specifici molto ridotti. La “sicurezza” non è un vantaggio da poco: queste attenzioni ci hanno permesso di evitare i crack di Lehman Brothers, di Fortis, di Parmalat.

Come selezionate i vostri “asset sostenibili”?

Sulla base di alcuni principi imposti dall’Onu agli investitori istituzionali del settore abbiamo elaborato delle linee guida operative nostre, dedicato un team di 11 analisti interni specializzati nei vari settori e affidato ad agenzie esterne la raccolta dei dati grezzi. Il nostro database copre ormai tutti i titoli del mondo. In media viene escluso per ogni settore il 60% dei possibili investimenti e al termine delle valutazioni selezioniamo circa il 30-35% delle attività. I nostri criteri di analisi della sostenibilità prevedono un approccio macro e micro che misura la capacità della società di affrontare le sfide sostenibili chiave e le istanze di un corretto rapporto con gli stakeholder. Ovviamente si tratta di un lavoro molto complesso che abbiamo trovato più semplice e affidabile nelle applicazione alle piccole e medie imprese che ai grandissimi gruppi transnazionali per la maggiore difficoltà di monitoraggio il complesso e vasto reticolo di attività che le caratterizza.

In Italia la previdenza complementare ha ancora numeri abbastanza ridotti: che valutazioni avete svolto su questo contesto?

La previdenza complementare in Italia è ancora giovane: gran parte dei fondi pensione ha festeggiato l’anno scorso il primo decennio di attività e per processi di questo tipo dieci anni sono pochi. Registriamo, però una maggiore attenzione degli operatori e un dialogo più vivace tra rappresentati datoriali e dei lavoratori. Il dibattito sulla sostenibilità ha inoltre ravvivato il confronto sui temi caldi della previdenza complementare.

Per un lavoratore che vede una graduale privatizzazione del sistema previdenziale si moltiplicano i rischi rispetto a un sistema totalmente pubblico?

Mi sento di escluderlo assolutamente. La pensione privata è uno “zainetto” che il risparmiatore si crea, ma sul quale il legislatore italiano è stato molto attento promuovendo una diversificazione del sistema fra fondi negoziali e banche depositarie che sono garanti del cliente. Ovviamente le risorse immesse dai lavoratori sono segregate e separate da quelle della banca. Ai fondi, infine, è affidata soltanto la gestione delle risorse in questione. Una divisione dei propri investimenti sul futuro tra previdenza pubblica e privata può inoltre abbassare il rischio. Basti ricordare gli accantonamenti TFR dei lavoratori privati usati per pagare i conti pubblici dello Stato: secondo la Corte dei Conti dal 2007 al 2010 il Governo ha prelevato dal Fondo INPS(i versamenti delle imprese con almeno 50 dipendenti) ben 15,86 miliardi di euro usando le quote di TFR non destinate alla previdenza complementare.message

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