Non è più possibile escludere un default della Grecia.
Con questa dura valutazione di Klaas Knot, neo-governatore della Banca centrale d’Olanda e membro del consiglio direttivo della Bce, trova conferma l’ingresso della crisi dell’Eurozona in una nuova fase.
I timori sulla Grecia rischiano, infatti, di penalizzare più del previsto il resto dell’Europa e delle sue banche. I segnali poco incoraggianti provenienti dalla Repubblica Ellenica, dove il governo sembra in grande difficoltà nella dura manovra di risanamento dei conti pubblici, rafforzano le tesi di quanti in passato hanno ripetuto che per Atene non c’è altra via che il fallimento.
A metà settembre la troika composta dall’Unione Europea, la Bce e il Fondo Monetario internazionale rinvia la decisione sugli aiuti al Paese a causa del forte ritardo registrato nell’applicazione delle misure di risanamento delle finanze pubbliche. Dure misure di taglio della spesa pubblica fra forti proteste erano state approvate lo scorso 21 luglio 2011 ed erano poste a condizione del piano di salvataggio di Atene da 109 miliardi di euro.
Una macchina statale lenta, lo scacco delle proteste sindacali e delle tensioni sociali, un governo la cui presa sul Paese è chiaramente sempre più difficile costringono però il ministro delle Finanze ellenico Evangelos Venizelos ad ammettere a settembre un forte ritardo sulla tabella di marcia.
Rischia così di saltare tutta l’impalcatura degli accordi presi con l’Europa e l’Fmi a partire dalla tranche da 8 miliardi di euro di finanziamenti che servono alla Repubblica Ellenica per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di ottobre. La crisi di liquidità del sistema finanziario ellenico è dunque molto grave.
Lo stesso Venizelos si trova costretto a inasprire ancora la manovra di bilancio promettendo ulteriori salassi mentre il Paese appare paralizzato dagli scioperi. Tagli del 20% alle pensioni sopra i 1.200 euro, mobilità a un anno per 30 mila dipendenti statali e nuove imposte sulle proprietà immobiliari fanno parte della ricetta: il Paese potrebbe salire sulle barricate, ma forse questa l’ultima chance per convincere i mercati a fidarsi un’ultima volta di Atene.
Gli analisti finanziari fanno già qualche calcolo: si misurano gli effetti di un eventuale default più o meno controllato, si modellano i diversi scenari possibili. Le voci che smentivano recisamente un’uscita di Atene dall’Eurozona si fanno più flebili, non tacciono però. Per Credit Suisse un default dei paesi dell’Europa periferica favorirebbe un deprezzamento immediato della valuta di circa il 50% con effetti diversi sulle varie economie. La nuova Dracma si accompagnerebbe forse a un calo del Pil intorno al 9%. Gli effetti congiunti di un default di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna porterebbero a svalutazioni dell’ordine dei 300 miliardi di euro nelle attività delle banche europee (in un modello cross-border) e potrebbero arrivare a pesare per 630 miliardi di euro nelle banche nazionali dei paesi dell’Europa periferica (con l’assunto di una svalutazione del debito del 20%).
Per Atene il debito estero da 78 miliardi di euro porterebbe in caso di svalutazione del 50% della valuta locale a una crescita delle esposizioni nette verso il resto del mondo di circa 80 miliardi di euro pari al 45% del Pil greco, con conseguenze assai dure. La svalutazione della Dracma rilancerebbe le esportazioni greche spingendo però il Paese verso una guerra commerciale con l’Europa Continentale e con la Germania in particolare.
Le alternative? L’approvazione degli Eurobond sarebbe senz’altro utile, ma necessiterebbe di una serie di passaggi legislativi nazionali ed europei forse troppo lunga. Un rafforzamento del fondo Salvastati Efsf sarebbe più semplice: potrebbe diventare una banca capace di coprire i 300 miliardi di euro necessari al buyback del debito periferico europeo e a garantire la liquidità sui mercati finanziari in attesa della ripresa economica. Altri ancora sperano nell’intervento “low profile” della Bce che da tempo sta sostenendo con interventi inusuali i mercati obbligazionari.
Intanto Moody’s taglia il rating di 8 banche greche temendo soprattutto l’impatto di forti svalutazioni sui titoli di stato in portafoglio. Una preoccupazione che accomuna questi istituti a diverse banche europee tanto che in un altro report la stessa Moody’s parla di segnali di contagio della crisi greca al resto d’Europa tramite i sistemi finanziari. Qualche segnale di speranza dopo il crollo dei mercati azionari del 22 settembre viene dai recuperi (parziali) del giorno successivo. La permanenza della Grecia nell’Eurozona e in Europa sembra, però, sempre più legata alla capacità del governo di Atene di dimostrare ai finanziatori del Vecchio Continente che un cambiamento per quanto duro è ancora possibile.

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