A oltre tre anni dallo scoppio della bolla dei mutui subprime americani l'onda lunga della crisi finanziaria continua a farsi sentire nel Vecchio Continente.
Dopo Grecia e Irlanda, è stato il Portogallo a dover gettare la spugna e chiedere l'aiuto dell'Unione Europea per far fronte alle difficoltà nel finanziare il proprio debito pubblico. Alla fine di marzo il parlamento portoghese ha bocciato il programma di austerity proposto dal governo guidato dal socialista Josè Socrates, circostanza che ha indotto il premier a rassegnare le dimissioni con conseguente avvio di una crisi politica e ricorso a elezioni anticipate che si terranno il 5 giugno 2011.
Il governo Socrates, che resterà in carica per l'ordinaria amministrazione fino al giuramento dell'esecutivo espresso dai partiti che vinceranno le elezioni, pressato dalla necessità di rifinanziare i titoli di stato in scadenza, ha chiesto di poter ricorrere ai meccanismi di finanziamento disponibili nel quadro europeo, alla stregua di quanto fatto in precedenza da Grecia e Irlanda.
Sono immediatamente partiti i negoziati con Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale per cercare una soluzione entro metà giugno, quando andranno in scadenza circa 5 miliardi di euro di titoli emessi da Lisbona.
Si tratta di trattative complesse: non solo per le normali difficoltà che si incontrano in questo tipo di situazioni ma anche perché dal lato portoghese del tavolo di dialogo c'è un esecutivo a termine ed espressione di una coalizione che, stando ai sondaggi, quasi certamente uscirà perdente dalle elezioni.
Ma quali potrebbero essere i provvedimenti che UE, BCE e FMI chiederanno a Lisbona in cambio di un piano di salvataggio da circa 80 miliardi di euro?
Il programma di austerity dovrebbe essere basato su quello che il governo Socrates ha tentato, senza successo, di far approvare al parlamento nel marzo scorso.
Il piano si strutturava su tre pilastri: misure di tipo fiscale per porre rimedio alle falle dei conti pubblici; riforme strutturali per il rilancio della crescita economica e della competitività (tra cui un aggressivo programma di privatizzazioni); e misure di sostegno al sistema finanziario.
Per quanto riguarda la prima area di intervento (misure fiscali), tra i provvedimenti che potrebbero andare a costituire il piano troviamo: un nuovo incremento dell'IVA, dopo i due messi in atto dal governo portoghese negli ultimi mesi, aumento che potrebbe essere modulato in base alla tipologia di prodotti; riduzioni di benefici e deduzioni sulle imposte sui redditi; aumenti di imposte su alcolici, tabacchi, autovetture e carburanti; aumenti delle imposte sui capital gain su transazioni immobiliari e finanziarie. Queste misure andrebbero ad aumentare gli introiti delle casse lusitane mentre le prossime punterebbero a ridurre le uscite: ulteriori tagli agli stipendi dei dipendenti pubblici, nuove riduzioni delle pensioni, tagli alla spesa sanitaria e al social welfare, tagli ai trasferimenti enti locali e a istituti e fondazioni statali, congelamento degli investimenti statali in grandi progetti infrastrutturali.
Sul fronte delle riforme strutturali quelle riguardanti il mercato del lavoro potrebbero comprendere una secca riduzione della cassa integrazione e lo stop all'indicizzazione dei salari al tasso di inflazione. Il piano di privatizzazioni andrebbe a interessare le quote pubbliche in importanti società quali Galp, le utility EDP e REN, la compagnia aerea di bandiera TAP e l'autorità aeroportuale ANA, la tv statale RTP, l'agenzia di stampa Lusa, e Caixa Geral de Depósitos (una delle più importanti banche del Portogallo). Potrebbero in tal modo essere reperite risorse stimabili in 6,5 miliardi di euro nel triennio 2011-2013.
Infine, per quanto riguarda le misure a sostegno del sistema finanziario, tra le opzioni sul tavolo delle trattative ci sono quelle relative all'utilizzo delle risorse del pacchetto di salvataggio UE-FMI per effettuare iniezioni di capitale nelle banche e permettere loro di superare gli stress test; un piano generale di riorganizzazione delle banche stesse ed il rafforzamento del meccanismo di intervento della banca centrale contro i rischi sistemici del sistema finanziario.

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