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La prima donna al vertice dell'FMI


La prima donna alla guida del Fondo Monetario Internazionale si insedierà martedì 5 luglio 2011.

Christine Lagarde, attuale ministro dell’Economia francese, alla fine ha vinto le resistenze che ostacolavano l’insediamento di un altro europeo al vertice dell’Fmi. Già nel 2007 quando era salito alla guida dell’organizzazione internazionale Dominique Strauss Kahn, travolto poi qualche mese fa da uno scandalo di matrice sessuale, in molti avevano pronosticato che il successivo direttore generale del Fondo non sarebbe più stato un europeo.

Di fronte alla crisi di Atene e dell’Europa periferica che ha messo a dura prova le diplomazie di tutta Europa e ancora sconvolge i mercati, in questi giorni la posta in gioco rischiava di essere davvero troppo alta per l'Europa. Due calcoli però chiariscono gli equilibri fra i 24 rappresentanti del consiglio esecutivo del Fondo. I paesi europei coprono da soli oltre il 34,34% dei voti, gli Stati Uniti, i soli ad avere un diritto di veto su tutte le decisioni dell’Fmi, coprono il 16,78% : la somma supera il 51% e quindi un accordo a cavallo dell’Atlantico automaticamente può dirimere ogni questione.

L’accresciuta influenza dei Bric - Brasile, Russia, India e Cina - nell’economia globale e l’ascesa della Cina alla terza posizione di comando fra i paesi membri hanno però intaccato di recente ogni certezza e in diverse occasioni gli stessi Bric hanno dichiarato “obsoleto” il meccanismo di voto al Fondo di Washington. Proprio la paura di interrompere la tradizione di un europeo alla guida dell’Fmi forniva però nuovi stimoli alla candidatura della Lagarde. Per tradizione se il vertice dell’Fmi è sempre stato europeo, a uno statunitense è sempre andata la guida della Banca Mondiale: una rottura degli equilibri avrebbe quindi potuto danneggiare anche Washington.

D’altra parte la candidatura alternativa del presidente della Banca centrale del Messico Agustin Carstens era parsa da subito troppo fragile a confronto della fama di grande mediatrice e politica consumata della francese. Poco prima del voto il ministro del Tesoro Usa, Timothy Geithner, ha voluto comunque sottolineare il “talento eccezionale” e la “grande esperienza” della candidata europea sciogliendo i dubbi residui. L’arrivo inatteso dell’appoggio cinese prima ancora di quello statunitense ha però sorpreso molti osservatori. Ha confermato, infatti, che Carstens non era riuscito a catalizzare le forze dei paesi emergenti intorno alla propria candidatura. Alla fine così, il 29 giugno non è servito neanche un voto formale e la Lagarde è stata direttamente indirizzata alla guida del Fondo di Washington.

Come molti hanno sottolineato la crisi della Grecia e dell’Europa sarà un banco di prova decisivo per dimostrare l’imparzialità del nuovo direttore generale e la capacità di armonizzare le esigenze dell’Europa con quelle del Fondo Monetario Internazionale e dei paesi membri. Nel curriculum di Christine Lagarde spiccano comunque doti di mediatrice pragmatica e di abile negoziatrice che serviranno a comporre tutte le difficili questioni sul tappeto.

Dopo una carriera fino al vertice dello studio legale americano Baker & McKenzie (come esperta di Lavoro, leggi Antitrust e operazioni di Fusione e Acquisizione), la Lagarde ha intrapreso una folgorante carriera politica che l’ha portata prima a ricoprire l’incarico di ministro del Commercio estero francese sotto il governo di Dominique de Villepin e dunque quello di ministro dell’Economia sotto l’attuale esecutivo targato Nicolas Sarkozy. Unica macchia il ricorso nel 2008 a un arbitrato tra Stato francese e il finanziere Bernanrd Tapie che costò alle casse pubbliche d’Oltralpe circa 285 milioni di euro. Questo costò alla Lagarde una causa per abuso di potere per la quale il prossimo 8 luglio è prevista un’udienza decisiva: sarà sicuramente per lei un giorno carico di tensioni.

Alle competenze nel campo del diritto e del commercio internazionale, oltre allo spiccato talento politico, la Lagarde non può però affiancare specifiche competenze economiche: questo renderà più difficile il suo inserimento a Washington, nonostante l’affiancamento a economisti del calibro di Olivier Blanchard.

Nel frattempo, a chi sottolinea che nella sostanza queste elezioni non hanno cambiato nulla nella tradizione troppo “filo-occidentale” dell’istituzione di Bretton Woods, qualcuno ha fatto notare il voto a favore di Carstens da parte di Australia, Canada e di diversi paesi latino americani. Soprattutto è stata una novità l’ampio dibattito sui programmi dei due candidati e il giro di consultazioni internazionali che ha seguito le candidature. Probabilmente è troppo poco, ma la prossima sostituzione dell’americano John Lispky (numero due del Fondo) potrebbe riservare qualche sorpresa e forse persino un inserimento del cinese Zhu Min finora “consigliere speciale”. L’ampio sostegno di questi giorni promesso dalla Cina all’Europa in crisi e alle economie occidentali sembra confermare comunque il raggiungimento di un accordo con i grandi elettori tradizionali dell’Fmi.

Solo i prossimi dossier e questioni fondamentali come il ruolo degli diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale nella politica monetaria globale chiariranno se il rinnovo della governance sia capace davvero di promuovere quell’ampliamento del dibattito e della rappresentanza internazionale promesso alle economie emergenti o se avrà soltanto dimostrato che i Bric avevano ragione nel denunciare un sistema poco trasparente e obsoleto per la gestione della globalizzazione.

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Ultimo aggiornamento:  20 Settembre 2012 - 14:37


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