Il ruolo nella gestione dell'economia mondiale


Nonostante il massimo dei mercati azionari fosse ancora distante due mesi, il crollo che di lì a poco avrebbe coinvolto il mercato dei mutui americani e subito dopo l’economia globale (o almeno quella delle cosiddette economie evolute) in parte traspare dal Global Financial Stability Report del Fondo Monetario Internazionale dell’aprile 2007. Già l’anno prima le vendite di case negli Stati Uniti avevano cominciato a scendere e il Fondo rilevava come il 14% del totale del mercato immobiliare Usa fosse correlato ai cosiddetti mutui subprime, che le proiezioni non fossero rosee e che i 5,8 trilioni di dollari degli asset correlati al mattone americano fossero uno dei bacini obbligazionari più importanti del mondo.

Il due novembre successivo, Dominique Strauss-Kahn veniva nominato direttore generale del Fondo con l’appoggio di tutti gli attori che contano in questa partita dalla Germania agli Stati Uniti, dalla Francia stessa nonostante il presidente di destra Nicolas Sarkozy fosse su uno schieramento opposto del socialista Strauss-Kahn. In patria, l’uomo era già noto come il secondo più importante membro del partito socialista dopo Segolene Royale ed era stato già due volte ministro, una volta al Commercio e l’altra all’Economia.

Certo l’eredità del suo predecessore spagnolo, (i direttori generali dell’Fmi sono stati tutti europei finora) Rodrigo de Rato, non è particolarmente appetibile e l’istituzione stessa del Fondo Monetario Internazionale è messa in crisi da numerosi fattori. Il saldo contabile dei prestiti è ai minimi degli ultimi vent’anni (circa dieci miliardi di dollari) e l’esercizio 2006-2007 si è chiuso con una perdita di oltre 121 milioni di dollari (in riduzione in realtà dall’esercizio precedente) che lascia ipotizzare una riduzione degli organici (una riduzione che comunque durante il mandato di Strauss Kahn sarà effettuata). C’è in vista un generale ridimensionamento del ruolo di questa Agenzia speciale dell’Onu, forse la fine di un’epoca. D’altra parte libri come La globalizzazione e i suoi oppositori del Nobel Joseph Stiglitz mettono in cattiva luce metodi, governance e risultati del Fondo. In un mondo sempre più globale il Fmi appare superato e decisamente in crisi.

Sarà però proprio la crisi finanziaria globale a restituirgli lustro e a dare a Strauss-Kahn un ruolo di primo piano nella gestione dell’economia mondiale. Le economie mondiali all’improvviso hanno, infatti, bisogno del Fondo Monetario e dei suoi prestiti e spesso non sono più i poveri di sempre (dalle nazioni del Nord Africa a quelle dell’Asia), ma nazioni “ricche” come la Grecia o l’Irlanda. Prima delle dimissioni di maggio di DSK, come i francesi chiamavano affettuosamente l’uomo che era candidato alla guida del Paese prima di essere travolto da uno scandalo di natura sessuale, il saldo contabile del Fondo aveva superato i 70 miliardi di dollari a fronte dei 9,8 che aveva all’inizio del mandato di Dominique Gaston André.

È sempre DSK a promuovere due riforme della governance del Fondo monetario internazionale che consentono alla Cina di diventare il terzo paese per diritti di voto e allargano al G20 (con concessioni minori anche agli altri paesi membri) il tavolo della discussione sui destini del globo affidata all’Fmi. Non tutto piace: alcuni osservatori sottolineano che le economie avanzate pagano ai nuovi arrivati solo il 2,6% dei diritti di voto su uno slittamento complessivo del 6,1 per cento; altri – come la Germania – criticano la soglia per le decisioni all’85% dei voti che lascia agli Stati Uniti (16,5% dei voti) un “anacronistico diritto di veto”. Le risorse stesse del fondo apportate con le proprie quote dai paesi membri per garantire una corretta gestione della crisi triplicano e raggiungono i 750 miliardi di dollari circa. Qualcuno definisce Strauss-Kahn uno degli uomini più potenti del mondo.

D’altra parte il suo ruolo di primo piano nel sostegno all’Europa durante la crisi del debito sovrano appare imprescindibile: il salvagente da 750 miliardi di euro cucito per evitare che il Vecchio Continente e la moneta unica affondassero è per un terzo (250 miliardi di euro) composto da linee di credito del Fondo Monetario Internazionale. L’impegno per i paesi più poveri, necessariamente minore anche per le enormi differenze fra i due termini di paragone, nel frattempo si moltiplica e raggiunge fra l’inizio del 2009 e la fine del 2010 i 5 miliardi di dollari, pari a quattro volte la media storica delle esposizioni verso queste nazioni.

Il ruolo del Fondo monetario internazionale di Strauss Kahn è così importante che anche il processo di salvataggio della Grecia, incapace di rispettare i target posti dell’Europa, subisce un contraccolpo dall’arresto e dalle dimissioni dell’economista dal suo incarico. Oltretutto la linea di rigore espressa dalla Germania non è del tutto in sintonia con quella dello stesso Strauss Kahn che ha condannato le posizioni tedesche a strenua difesa di un surplus commerciale – quello di Berlino - che rischia di essere miope.

La cosiddetta “guerra delle valute” (parola che non piace a DSK) viene vista come un altro rischio per il commercio internazionale e dunque come un nemico del Fondo Monetario stesso che potrebbe invece avvantaggiarsi di quella proposta avanzata dai cinesi (e non solo) di sostituire i diritti di prelievo del Fondo (le SDR che sono la valuta dell’Fmi) al dollaro nelle riserve internazionali. Adesso però con il cambio al vertice tutte queste posizioni in parte “originali” per il Fondo Monetario Internazionale rischiano di essere messe in discussione.

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Ultimo aggiornamento:  22 Giugno 2011 - 13:12
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