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Accuse e insuccessi degli ultimi 20 anni


Alla fine degli anni Novanta una profonda crisi ha sconvolto gli equilibri di diverse economie asiatiche come quella del Sud Corea, della Thailandia, delle Filippine, della Malesia e dell’Indonesia.
Diverse economie relativamente solide si ritrovarono in piena crisi: il 2 luglio del 1997 il baht thailandese perse improvvisamente un quarto del proprio valore creando una tempesta valutaria nella regione e dunque una crisi finanziaria di dimensioni globali.
Gli accordi siglati da Michel Camdessus, direttore generale dell’FMI, e dal presidente dell'Indonesia, Haji Mohammed Suharto, prevedevano famigerati “aggiustamenti strutturali” che favorirono la crisi economica e convinsero molti paesi in via di sviluppo della necessità di evitare gli “aiuti” del Fondo Monetario Internazionale e le condizioni che questo affianca ai suoi prestiti.

Il premio Nobel dell’Economia, Joseph Stiglitz, nel suo La globalizzazione e i suoi oppositori accusa apertamente il Fondo Monetario Internazionale di avere aggravato con il proprio intervento la crisi. I dogmi del Washington Consensus, ossia le ricette iperliberiste che in cambio dei propri finanziamenti il Fondo imporrebbe ai paesi in crisi, sarebbero una sorta di arma di distruzione delle economie in difficoltà. “La liberalizzazione del commercio accompagnata da tassi d’interesse elevati – scrive Stiglitz – è una ricetta pressoché infallibile per distruggere posti di lavoro”.

In mancanza di un contesto normativo capace di difendere la concorrenza, per esempio, le privatizzazioni raccomandate dall’Fmi si trasformano spesso in poteri monopolistici privati che alzano i prezzi ai danni dei consumatori. Senza considerare che spesso pezzi pregiati dell’economia locale finiscono a prezzi stracciati nelle casse di multinazionali e banche statunitensi. D’altra parte, gli Stati Uniti sono ancora oggi l’unica nazione dotata di diritto di veto sulle decisioni dell’Fmi e storicamente il ministero del Tesoro Usa è considerato il primo vero ispiratore delle politiche del Fondo. Questo negli anni gli ha guadagnato un numero notevole di critiche e accuse non sempre ingiustificate.

I tagli alla spesa pubblica, il rigore fiscale e i tassi elevati, secondo Stiglitz, generano effetti recessivi capaci di moltiplicare i danni della crisi. Sui ceti più miseri e sulla classe media si concentra spesso il peso maggiore: rivolte e povertà ne sono la naturale conseguenza. L’attuale crisi economica globale rischia di mostrare nuovi e terribili esempi di questi fenomeni.

Già in passato, però, molti paesi dell’Africa Sub Sahariana hanno visto le ricette dell’Fmi risolversi in uno sfruttamento legale delle proprie risorse senza alcun vero incentivo allo sviluppo. La riprova del fallimento delle ricette del Washington Consensus sarebbe in controluce: negli esempi della Cina e della Malesia che hanno fatto di testa propria e alla fine sono uscite meglio e prima delle altre economie asiatiche dalla crisi di inizio anni Duemila.

Sempre durante gli anni Novanta, anche in Argentina, l’intervento del Fondo Monetario Internazionale si sarebbe rivelato nefasto. Le ricette di Washington avrebbero, infatti, suggerito di mantenere la valuta locale ancorata al dollaro Usa. Risultato: forti danni alle esportazioni e crescita delle importazioni a seguito di un peso sopravvalutato, la bilancia commerciale si triplica a 150 miliardi di dollari in soli tre anni. La necessità di mantenere in Argentina forti quantità di dollari per garantire la piena convertibilità del peso impone inoltre di chiedere (e ottenere) forti finanziamenti dall’Fmi e quindi di fare esplodere il debito vincolando ancora di più il Paese. L’epilogo dei bond argentini in Italia è fin troppo noto. La crisi dello stato apre, inoltre, le frontiere alle multinazionali straniere e soprattutto americane che possono fare affari d’oro.

Secondo diversi detrattori i giganti di Wall Street, le banche e le corporation USA sarebbero gli ultimi beneficiari di questi tracolli. Le ricette da darwinismo economico del Washington Consensus, secondo Stiglitz, semplificherebbero troppo le economie nazionali ignorando la crescita della disoccupazione e i dannosi “effetti collaterali” di una ricetta di tassi elevati in condizioni di mercato sfavorevoli. Esistono certo anche esempi positivi di intervento del Fondo come nel Sud Corea e nel Botswana, ma in genere la ricetta del Fondo rischierebbe di dimostrarsi quasi sempre altamente tossica. Il difficile equilibrio tra rigore e crescita insomma già dieci anni prima della crisi greca era già all’attenzione della comunità internazionale. Oggi la crisi nel cuore delle economie più sviluppate come i conti in disordine dell’Europa periferica o il debito montante degli Stati Uniti rischiano di proporre ricette fino a ieri dedicate ai paesi più poveri ad alcune delle economie più avanzate. La preoccupazione che una morsa eccessivamente recessiva in Grecia possa nuocere allo sviluppo di Atene e in ultima analisi anche al salvataggio del Vecchio Continente sarà dunque al centro dell’agenda del nuovo direttore generale Christine Lagarde. Qualcuno ha già sottolineato che con prestiti al 5% e ripetute pressioni e critiche dalla Germania e dal Nord Europa, Bruxelles ha dimostrato una debolezza politica e di governance inaccettabile e controproducente. Le contropartite che il Fondo adesso chiederà in cambio dei propri finanziamenti – che copre con 250 miliardi di euro un terzo del piano di salvataggio del Vecchio Continente – saranno dunque il vero banco di prova di questo istituto spesso ferocemente criticato negli ultimi anni.

Ultimo aggiornamento:  20 Settembre 2012 - 14:36


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