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Energia Nucleare



Dal Petrolio all'Atomo non senza incertezze



2 Nov - 10:40

Il rally dei prezzi del petrolio, gonfiando le quotazioni del gas e degli altri idrocarburi, sembra avere regalato in questi anni al nucleare una seconda giovinezza. In pratica questa forma d’energia, prima in calo, è tornata economicamente competitiva con le altre risorse utilizzate per la produzione di energia elettrica come il carbone, il gas naturale e i derivati del greggio.

Elevata volatilità dei prezzi del petrolio e crescenti preoccupazioni per le emissioni di anidride carbonica hanno ulteriormente sostenuto il settore: molte nazioni hanno così deciso di ridisegnare le proprie strategie energetiche.

Lo scenario dipinto dall’Eia (l’Agenzia per l’energia del governo degli Stati Uniti) prevede che dai 2,7 trilioni di kilowattora generati con l’energia dell’atomo nel 2006 si passi a 3,8 trilioni di kilowattora nel 2030.

L’altalena dei prezzi degli idrocarburi e il loro graduale esaurimento hanno già spinto diverse nazioni a riequilibrare il proprio mix energetico per evitare una eccessiva dipendenza da paesi produttori spesso politicamente instabili.

Il peso dell’atomo sulla bolletta globale si sente, però, già oggi e nei paesi dell’Ocse circa il 21,5% dell’energia elettrica deriva da centrali nucleari (fonte Nea-Ocse). La Francia ha puntato sull’energia atomica il tutto per tutto e produce il 76,2% della propria energia elettrica con centrali nucleari (418 Twh nel 2008): in pratica può essere definita “uranio-dipendente”. La Germania, invece, si muove nella direzione opposta e ha deciso negli ultimi anni di abbandonare l’energia nucleare, sebbene la crisi in corso stia un po’ intralciando i suoi progetti e ancora il 23,4% dell’elettricità tedesca provenga da lì.

Dall’altra parte del mondo, però, in molti puntano su questa nuova primavera dell’atomo. Oggi negli Stati Uniti quasi un quinto dell’energia elettrica (806.2  Twh) proviene da una centrale nucleare e in Giappone si arriva a coprire con l’uranio un quarto della produzione (240,5 Twh).

In questo contesto, l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di gas e petrolio per il proprio approvvigionamento energetico, ha deciso di tornare al nucleare. Il referendum del 1987 aveva, infatti, bloccato ogni progetto in questo settore, ma l’attuale Governo ha deciso la costruzione di quattro nuove centrali nucleari di terza generazione.

Il nuovo mix energetico italiano dovrebbe destinare all’atomo il 25% della produzione energetica nazionale e le centrali Epr, del costo di circa 4 miliardi di euro ciascuna, dovrebbero nascere da un’alleanza di Enel con i francesi di Edf. Ignoti i siti scelti per le centrali o per lo stoccaggio delle scorie, ma diverse regioni hanno già dichiarato la propria opposizione al progetto.

In altri casi nel mondo si assiste invece a una vera corsa all’atomo: alle discusse vicende iraniane si aggiungono esempi meno eclatanti. Il 30 ottobre del 2009 la Cina ha annunciato che fra il 2012 e il 2013 comincerà la costruzione della prima centrale di quarta generazione basata su tecnologia cinese. L’intenzione è quella di colmare il gap tecnologico con le altre nazioni –oggi solo il 2% dell’energia cinese proviene dal nucleare – tuttavia già da tempo i più grandi operatori internazionali operano all’ombra della Grande Muraglia.

A marzo la statunitense Westinghouse (di proprietà della Toshiba) ha avviato la costruzione di una centrale da 1.250 MW e nel 2007 la francese Areva ha firmato un contratto da 8 miliardi di euro per la costruzione e l’alimentazione di due reattori di terza generazione.

L’elevato costo delle centrali, i problemi di sicurezza e di stoccaggio delle scorie non hanno dunque bloccato gli investimenti. Lo scorso anno il gigante francese Edf ha comprato British Energy e poi accolto con una quota del 20% del business Centrica. Giganti dell’estrazione e della conversione dell’uranio in carburante per centrali come Cameco e Rio Tinto nel frattempo hanno fatto affari d’oro grazie alla crescita della domanda e dunque dei prezzi di questo minerale radioattivo che al 26 ottobre valeva 49 dollari a libbra. Tradotto in chilogrammi: un prezzo accettabile per l’uranio di 130 dollari per chilogrammo significa risorse per appena 80 anni all’attuale tasso di consumo (fonte Ocse).

A questi dubbi si affiancano quelli sulla sicurezza dei siti e della conservazione delle scorie nucleari. I “rifiuti” delle centrali rimangono radioattivi per un periodo che varia da 10 mila a 1 milione di anni. Incidenti anche recenti hanno creato pericoli di contaminazione per la popolazione e negli anni diverse inchieste internazionali hanno svelato traffici illeciti di materiale radioattivo e diversi casi di smaltimento illegale e pericoloso delle scorie. Questo nuovo exploit dell’atomo rimane dunque pieno di incertezze.

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