Sistema Energetico Italiano

La Fragilità del sistema energetico italiano



Il gas copre da solo il 67,2% della produzione termoelettrica nazionale



13 Nov - 18:16

Prima ancora che il petrolio toccasse i record storici del 2008, la crisi del gas ucraino aveva già rivelato tutta la fragilità del sistema energetico italiano. Durante i primi giorni del 2006, mentre Russia e Ucraina litigavano sui prezzi del gas da mandare in Europa e a noi, l’Eni dichiarava un calo delle importazioni del 24 per cento. Scatta l’emergenza. La crisi rientra rapidamente, ma l’allarme rivela l’eccessiva dipendenza dell’Europa - e soprattutto dell’Italia - dal gas importato dall’estero e dalle infrastrutture che lo accolgono. Nel Vecchio Continente se manca il gas spesso c’è “solo” freddo, qua, però, si spegne anche la luce.

I dati di Terna (il gestore della rete elettrica nazionale) sul mercato elettrico italiano del 2008 tracciano un bilancio esaustivo. L’anno scorso il gas ha coperto da solo il 67,2% della produzione termoelettrica nazionale: circa 168 mila GWh su un totale di 307 mila GWh prodotti in Italia. La nostra dipendenza è evidente. Oltre all’energia prodotta abbiamo importato nel 2008 altri 43.400 GWh circa di energia dall’estero. Intanto il prezzo del gas rimane ancorato (anche se con qualche divergenza) a quello del petrolio che è a sua volta sempre più incontrollabile. Le incertezze dell’approvvigionamento ci possono quindi danneggiare rapidamente. Rischia di diventare un cocktail esplosivo: per questo l’Italia ha deciso di variare il prima possibile il mix energetico e di moltiplicare le proprie fonti di energia.

L’allarme rimane comunque attualissimo. Alessandro Ortis, presidente dell’Autorità per l’Energia elettrica, soltanto lo scorso luglio ha condannato l’eccessiva volatilità dei prezzi del greggio e parlato apertamente di “aggressive speculazioni finanziarie” e di piattaforme di contrattazioni “opache” che tornano a danneggiare i sistemi troppo dipendenti dai prezzi degli idrocarburi come quelli europei e quello italiano in particolare. In altre parole le capriole del greggio ci finiscono in bolletta e non ce lo possiamo permettere.

La progettazione di importanti gasdotti internazionali e di terminali per la conversione del gas naturale liquefatto si inserisce senz’altro in questo contesto. Claudio Scajola, attuale ministro dello Sviluppo economico che si trovò a gestire l’emergenza ucraina, disse subito che l’Italia doveva tornare anche al nucleare. Il piano di Scajola prevede che la produzione di energia elettrica sia divisa fra un 50% di energia da fonti fossili tradizionali, un 25% di energia proveniente dal nucleare e un altro 25% di energia proveniente da fonti rinnovabili. Queste ultime hanno registrato in Italia negli ultimi anni una notevole crescita che però giunge in ritardo rispetto a quella di molti altri paesi europei.

Ancora oggi nel Bel Paese la maggior parte dell’energia da fonti rinnovabili proviene dalle vecchie centrali idroelettriche che hanno prodotto nel 2008 oltre 46.600 GWh (+22,9%) contro i 5.200 delle centrali geotermiche (-0,9%), i 4.800 GWh della energia eolica (+20,3%) e gli appena 192,9 GWh del fotovoltaico (+395,2%). La quota delle rinnovabili nella nostra produzione elettrica è di circa il 18%.

Qualunque sia il mix energetico del futuro, l’equilibrio è ancora lontano.

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