Una volta ottenuta l’anidride carbonica da un processo produttivo cosa se ne può fare?
Gli studi sono fortemente orientati allo stoccaggio geologico. Già da tempo la CO2 viene immessa nei pozzi di petrolio per aumentarne la produttività e si sta studiando l’utilizzo di giacimenti esauriti di gas e petrolio o di giacimenti sottomarini profondi di acqua salmastra. Diverse esperienze in questo campo sono già state compiute.
Ci sono però anche diversi interrogativi sugli effetti dello stoccaggio. Si teme, per esempio, un incremento dei terremoti nelle zone sismiche o l’inquinamento delle falde acquifere a causa di alcune reazioni chimiche collaterali. Infine c’è il problema dei costi che in America spesso sono andati fuori controllo...
Le perizie geologiche e la grande mole di conoscenze finora sviluppate costituiscono un bagaglio di tutto rispetto ed assai incoraggiante. La casistica è molto varia e si potrebbe ricordare, ad esempio, la scoperta di un enorme giacimento sotterraneo di CO2 nell’Irpinia. I terremoti non hanno causato disastri. Bisognerà comunque valutare di volta in volta.
Per quanto riguarda i pericoli di inquinamento delle acque, bisognerà affidarsi alla nostra grande esperienza in campo geologico. Va evidenziato, poi, che i luoghi deputati allo stoccaggio di anidride carbonica sono spesso in grandi aree desertiche oppure in zone ben caratterizzate sul piano geologico.
Esistono anche altre procedure per lo stoccaggio di CO2?
Sì, ma è ancora da approfondire il loro impiego su vasta scala. Si stanno studiando delle colture di alghe capaci di metabolizzare con alta efficienza la CO2 ed esistono anche dei metodi chimici che mineralizzano l’anidride carbonica (per esempio con l’ossido di calcio). Nel primo caso, ad esempio, il problema è quello della potenzialità di cattura in considerazione delle grandi quantità di CO2 immagazzinabile: si pensi che solo a Civitavecchia si producono 10 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Il secondo sistema crea il problema della disponibilità dei minerali di partenza e dello stoccaggio della “pietra” generata col processo. Quanto costerebbe il suo trasporto e riutilizzo?
Vorrei citare, infine, un ulteriore metodo, per noi molto interessante in quanto utilizzabile nella zona carbonifera del Sulcis, in Sardegna; si tratta di iniettare la CO2 in strati carboniferi esauriti oppure non utilizzabili, dove l’anidride carbonica si fissa anche chimicamente liberando contemporaneamente metano che viene estratto come combustibile utilizzabile: è una tecnologia che offre minori potenzialità di stoccaggio e necessita, come tutte le altre, di sperimentazione dimostrativa in grande scala.
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