Stoccaggio Anidride Carbonica

Anidride Carbonica: un problema ambientale ed ecologico



Intervista a Giuseppe Girardi Responsabile della Divisione Impianti e Processi Energetici del Dipartimento Energia dell'ENEA



8 Ott - 09:39 L’anidride carbonica sembra il nuovo nemico. Ogni volta che respiriamo ne emettiamo un pochino, la si trova nell’acqua gassata che beviamo, ma è accusata dai più recenti studi di essere cresciuta troppo nell’atmosfera e quindi di favorire il surriscaldamento del pianeta. Il protocollo di Kyoto ne ha imposto dei tetti di emissione per le maggiori economie del mondo e quindi molte nazioni del mondo, pena gravi sanzioni, dovranno limitare la quantità di anidride carbonica (CO2) emessa in atmosfera o comprare i diritti di emissione corrispondenti che costano circa 12-15 dollari a tonnellata. L’Italia ne sta facendo un’amara esperienza ed è tuttora in trattative con Bruxelles per l’abbassamento di tetti di emissione troppo rigidi decisi in passato e che nel 2009 potrebbero costare 520 milioni di euro in più e raggiungere gli 840 milioni al 2012. Cina e Usa emettono ogni anno più di 5 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno nell’atmosfera e gareggiano al vertice della classifica dei produttori mondiali di anidride carbonica (CO2). La Cina deve le forti emissioni di CO2 alle centrali a carbone e di recente ha annunciato una politica di riduzione delle emissioni e ha avviato un progetto di stoccaggio della CO2 anche con l’Enel. In pratica lo stoccaggio permette per vari scopi (non ultimo quello di evitare i costosi diritti di emissione) di immagazzinare anidride carbonica senza immetterla nell’aria. Si tratta di una tecnologia relativamente nuova e in evoluzione, ne parliamo con l’ingegnere Giuseppe Girardi, rappresentante dell’Italia in importanti forum internazionali di ricerca e sviluppo industriale come la piattaforma tecnologica europea ZEP (Zero Emission Plant) e il CSLF (Carbon Sequestration Leadership Forum) e coordinatore del progetto Carbone pulito per L’Enea.

Una volta ottenuta l’anidride carbonica da un processo produttivo cosa se ne può fare?

Gli studi sono fortemente orientati allo stoccaggio geologico. Già da tempo la CO2 viene immessa nei pozzi di petrolio per aumentarne la produttività e si sta studiando l’utilizzo di giacimenti esauriti di gas e petrolio o di giacimenti sottomarini profondi di acqua salmastra. Diverse esperienze in questo campo sono già state compiute.

Ci sono però anche diversi interrogativi sugli effetti dello stoccaggio. Si teme, per esempio, un incremento dei terremoti nelle zone sismiche o l’inquinamento delle falde acquifere a causa di alcune reazioni chimiche collaterali. Infine c’è il problema dei costi che in America spesso sono andati fuori controllo...

Le perizie geologiche e la grande mole di conoscenze finora sviluppate costituiscono un bagaglio di tutto rispetto ed assai incoraggiante. La casistica è molto varia e si potrebbe ricordare, ad esempio, la scoperta di un enorme giacimento sotterraneo di CO2 nell’Irpinia. I terremoti non hanno causato disastri. Bisognerà comunque valutare di volta in volta.
Per quanto riguarda i pericoli di inquinamento delle acque, bisognerà affidarsi alla nostra grande esperienza in campo geologico. Va evidenziato, poi, che i luoghi deputati allo stoccaggio di anidride carbonica sono spesso in grandi aree desertiche oppure in zone ben caratterizzate sul piano geologico.

Esistono anche altre procedure per lo stoccaggio di CO2?

Sì, ma è ancora da approfondire il loro impiego su vasta scala. Si stanno studiando delle colture di alghe capaci di metabolizzare con alta efficienza la CO2 ed esistono anche dei metodi chimici che mineralizzano l’anidride carbonica (per esempio con l’ossido di calcio). Nel primo caso, ad esempio, il problema è quello della potenzialità di cattura in considerazione delle grandi quantità di CO2 immagazzinabile: si pensi che solo a Civitavecchia si producono 10 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Il secondo sistema crea il problema della disponibilità dei minerali di partenza e dello stoccaggio della “pietra” generata col processo. Quanto costerebbe il suo trasporto e riutilizzo?

Vorrei citare, infine, un ulteriore metodo, per noi molto interessante in quanto utilizzabile nella zona carbonifera del Sulcis, in Sardegna; si tratta di iniettare la CO2 in strati carboniferi esauriti oppure non utilizzabili, dove l’anidride carbonica si fissa anche chimicamente liberando contemporaneamente metano che viene estratto come combustibile utilizzabile: è una tecnologia che offre minori potenzialità di stoccaggio e necessita, come tutte le altre, di sperimentazione dimostrativa in grande scala.

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