Petrolio: L'altalena dei Prezzi

Petrolio: fra altalena dei prezzi e mancanza di alternative



Massimo Nicolazzi amministratore delegato di Centrex Europe & Energy Gas (Gazprom)



23 Ott - 11:13

L’economia del petrolio non è mai sembrata così fragile e insostituibile come in questo periodo. La stabilità dei prezzi pare un sogno lontano e l’ottovolante verso i 147 dollari e ritorno rende sempre più imprevedibili le prospettive del settore. L’unica certezza è che di greggio ce n’è sempre meno e il periodo della stabilità è finito da un pezzo. Ancora oggi al petrolio sono però affidati il 95% della mobilità globale e spesso i bilanci di intere nazioni. Massimo Nicolazzi, autore del recente volume “Il prezzo del petrolio”, è amministratore delegato di Centrex Europe & Energy Gas (Gazprom) e in passato ha ricoperto incarichi direttivi in Agip-Eni e in Lukoil. Come esperto si occupa di idrocarburi da più trent’anni. A lui chiediamo qualche indicazione su questo difficile scenario.

Altalena dei prezzi del petrolio di inizio millennio: il record storico a 147,27 dollari nel luglio del 2008, poi lo scivolone sotto i 40 e il recupero agli attuali 70-80 dollari. Che succede? È tutta speculazione?

I fattori in campo sono molti. Fino agli anni ’70 l’eccesso delle riserve era sorvegliato dalle Sette Sorelle che combattevano i pericoli di una sovrapproduzione che avrebbe strangolato i prezzi e i loro margini. La loro azione ha garantito la stabilità. Poi però il meccanismo si è rotto: addio sovraccapacità produttiva.

I fattori speculativi ci sono, ma la stragrande maggioranza dei future sul greggio sono contratti assicurativi: compagnie e trader che si coprono dal rischio dei prezzi. I volumi di future contrattati sui mercati regolamentati secondo Verleger erano scesi a settembre 2007 e la liquidità nel mercato è scesa nei primi sei mesi del rally. Le tensioni “vere”, secondo me, sono da cercare in fattori strutturali. Il petrolio è sempre più difficile da estrarre e il ciclo degli investimenti non coincide con quello della domanda. Se va bene un pozzo viene sviluppato in 5 anni, la domanda ha oscillazioni assai più rapide. A valle del sistema c’è poi un problema di raffinazione. Il prodotto benzina, in particolare, ha influito molto sui prezzi del greggio. Oggi vogliamo pochissimo zolfo nei nostri carburanti – tanto che si è arrivati persino a far pagare in certi momenti il diesel più della benzina – però in America l’ultima raffineria è del 1976 e in Europa siamo messi poco meglio. Diciamo che i problemi strutturali hanno pompato il petrolio dai 50 ai 100 dollari e oltre è spuntato il problema della raffinazione.

Qual è allora lo scenario? Cosa cambierebbe se smettessimo di contrattare il petrolio in dollari come propongono la Cina o l’Iran?


Le proiezioni che si basano sulle condizioni attuali del mercato (business as usual) finiscono regolarmente per sbagliare perché non scontano i cambiamenti. Gli esiti di una sostituzione non sono pienamentre prevedibili. Come effetto secondario si potrebbe avere un impatto anche sui consumi degli Stati Uniti che da soli coprono il 20% dei consumi mondiali. Numerose altre conseguenze si correlerebbero in uno scenario assai difficile da misurare allo stato delle cose. Visti poi i volumi di debito pubblico americano sottoscritti dalla Cina e da altri paesi una sostituzione men che graduale sembra comunque abbastanza inverosimile.
Un problema assai importante è invece quello di garantire almeno la sostituzione delle produzioni che man mano declinano nel corso della vita dei giacimenti esistenti. Il rimpiazzo viaggia nell’ordine di qualche milione di barili al giorno e perciò richiede volumi di nuova produzione sostenibili solo con fortissimi investimenti. Le nuove potenziali produzioni irachene, anche se si realizzassero, aiuterebbero, ma da sole non basterebbero.

Proprio sull’Iraq lei dice cose interessanti nel suo libro, parlando delle stranezze della guerra del 2003...

Ho solo detto che se l’hanno fatta per il petrolio, l’hanno fatta da incompetenti. Dopo l’inizio della guerra (2003) l’Iraq ha prodotto per tre anni meno di Saddam Hussein; solo oggi che le truppe Usa si stanno ritirando si comincia a intravvedere una possibilità di ripresa per gli investimenti di settore.

In che direzione andiamo?

Oggi ci sono produzioni che già rasentano marginalmente i 60-70 dollari al barile in una condizione in cui la maggior parte dei barili che consumiamo ha costi inferiori ai 25. A meno di sconvolgimenti tecnologici il futuro ci riserva un declino progressivo delle produzioni con costi inferiori ai 25 dollari e un aumento, ai fini di rimpiazzo, delle produzioni che costano più di 60 dollari. La verità è che oggi bisognerebbe avviare una riflessione globale sulle nostre prospettive energetiche e sulla dipendenza dal greggio. Potremmo arrivare all’appuntamento con l’energia del futuro davvero troppo tardi. Il problema vero non è se il petrolio ci sarà, ma quanto costerà e quanto ce ne resterà a disposizione per la nostra mobilità. Oggi come oggi dobbiamo riconoscere che il petrolio non ha a questi fini sostituti immediati. Ci tocca perciò arrivare a una discussione globale che inquadri e definisca una politica di sostituzione del greggio.

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