Salvataggio Settore Auto


Il salvataggio dei giganti di Detroit: il Congresso Usa dice un altro no

Con la bocciatura al Senato del piano di prestiti da 14 miliardi di dollari che il Governo Bush avrebbe voluto varare in favore dei giganti dell’automobile di Detroit la politica statunitense si è dimostrata davanti al mondo ancora una volta incapace di fornire una risposta unitaria e convincente alla drammatica crisi dell’economia americana e globale.

L’11 dicembre del 2009 il Piano Paulson per il salvataggio di Wall Street era stato bocciato inaspettatamente dalla Camera: il 19 settembre del 2008 anche il piano di salvataggio di General Motors, Chrysler e Ford riceve subisce un drammatico rifiuto del Congresso. La scena insomma si ripete. Il Senato, appena un giorno dopo l’approvazione della Camera, boccia un piano di salvataggio da 14 miliardi di dollari che dovrebbe salvare dal fallimento immediato Gm e Chrysler. Gli effetti si sentono da subito sulle borse americane prima ed europee dopo che registrano perdite molto pesanti.

Ma cosa e chi ha bloccato un provvedimento che aveva già incassato il via libera del Governo repubblicano uscente Bush e dei democratici capeggiati dal neoletto Barack Obama? Crisi-gm

Ancora una volta si vedono le resistenze repubblicane (e quindi interne alla stessa maggioranza di Governo) allo statalismo di ritorno, ossia a quegli interveneti pubblici nell’economia che sono la più grande novità della crisi dei subprime. Chi ha sbagliato paghi ed eventualmente fallisca ripetono i liberal repubblicani. Un nucleo di senatori guidati da Corker, Mitch Mc Connel e Richard Shelby riesce così a evitare che il piano raggiunga i 60 voti necessari all’approvazione. Questa volta però alla base della bocciatura del Congresso si pongono anche altri motivi.

In particolare nel pacchetto di norme proposto dal Governo Bush sono previsti degli anticipi ai tagli ai salari dei dipendenti delle case di Detroit. Nel piano era già previsto entro il 2011 i salari degli operai sindacalizzati delle case americane scendessero ai livelli di quelle europee e giapponesi che non fanno ricorso allo stesso genere di garanzie per i lavoratori. In pratica ora la scadenza per il taglio da 70 a 50 dollari orari per gli stipendi dei dipendenti di General Motors, Chrysler e Ford viene anticipata al 2009. Un anticipo che si scontra senza successo con l’opposizione dei democratici e dei rappresentanti parlamentari dei sindacati. L’effetto è la rottura degli accordi e lo stop a tutto il piano di salvataggio. General Motors rischia sempre di più il fallimento e comincia da subito a consultare degli studi legali per valutare l’inserimento nel Chapter 11, la legge statunitense sulla bancarotta. Potrebbe essere il più grande fallimento della storia dell’automobile.

Difficile dire se alla fine si troverà un accordo come per il piano Paulson: proprio da questi fondi (circa la metà dei 700 miliardi di dollari destinati al sistema finanziario) qualcuno vorrebbe prelevare il denaro necessari a salvare le automobili a stelle e strisce. Il Governo Bush sembra però irremovibile dalla scelta di destinare questo ampio intervento esclusivamente alle banche.

Qualcun altro vorrebbe imporre criteri più stringenti ai prestiti che lo Stato dovrebbe fornire ai tre big di Detroit. Alcuni repubblicani avevano infatti chiesto una maggiore elasticità ai fornitori e un taglio di due terzi del debito dei tre grandi dell’automobile a stelle e strisce entro il 31 marzo 2009. Una imposizione difficile perché la vera sfida è quella della ristrutturazione di un intero sistema di consumi (e produzione) basato sui “truck”, ossia su camioncini dai consumi elevatissimi usati come utilitarie sempre meno efficienti e competitive in un mondo che ha preso la strada del risparmio energetico e dei carburanti alternativi.

Di certo c’è solo che il sogno di un’America fortemente cementata dal nuovo mito di Obama ha subito un duro contraccolpo. Un impatto che ancora una volta si sente ai quattro angoli del globo. Nel frattempo l’Europa cerca di rispondere con un accordo (24 ore dopo il no del Senato Usa) sul taglio delle emissioni di CO2 e anche i progetti di aiuti europei al comparto auto del Vecchio Continente rischiano di creare ulteriori divisioni.

 
Ultimo aggiornamento:  12 Dicembre 2008 - 17:59
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