Bear Stearns


Bear Stearns, la prima vittima illustre della crisi dei subprime
 
Bear Stearns è stata una delle prime vittime della crisi dei mutui subprime e senz’altro anche il primo e più importante segnale del terremoto che di lì a qualche mese avrebbe travolto le borse di mezzo mondo e cambiato il volto della finanza globale. Bear Stern

Il nome di questo colosso di Wall Street deriva dai cognomi di Joseph Bear e Robert Stearns, che insieme ad Harold Meyer fondarono questa banca d’affari nel 1923. Il gruppo era nato a New York con una dotazione iniziale di 500 mila dollari ed era riuscito a superare la Grande Depressione del 1929 senza licenziare un solo dipendente.

A fine 2006 il gruppo aveva un giro d’affari da 9,22 miliardi di dollari e un utile netto da oltre 2 miliardi di dollari. Il gruppo a quella data (la società chiudeva il bilancio al 30 novembre) aveva in gestione asset per 52, 5 miliardi di dollari, insomma sembrava florido e affidabile. A inizio 2007 il titolo della banca d’affari valeva infatti a New York circa 170 dollari e viaggiava sui suoi massimi storici.

Nei mesi successivi si aprì, però, un baratro che risucchiò i profitti e la fama di Bear Stearns e che fu la prima imponente manifestazione del buco apertosi a Wall Street con le svalutazioni del mercato immobiliare. Le pesanti esposizioni in asset connessi ai mutui subprime da parte di diversi fondi del gruppo travolsero, infatti, rapidamente e inopinatamente la società. Il 22 giugno del 2007 il gruppo dovette ricapitalizzare con 3,2 miliardi di dollari il suo Bear Stearns High-Grade Structured Credit Fund, operando il più grande salvataggio di un hedge fund dal 1998 e avvio trattative per salvare un altro importante fondo controllato, il Bear Stearns High-Grade Structured Credit Enhanced Leveraged Fund. I due fondi erano specializzati nel settore dei mutui subprime e fu chiaro dunque che questa attività era non solo diventata una mina vagante per tutto il mercato immobiliare ma che aveva colpito anche l’alta finanza che in molti casi era anche la responsabilità della creazione di questo genere di strumenti finanziari. Il credito facile a soggetti a rischio si era trasformato in un boomerang e aveva generato un effetto valanga sui bilanci delle stesse banche che avevano concesso i mutui in questione.

I fondi per il rifinanziamento dei due “fondi subprime” (i citati High-Grade Structured Credit Fund  e High-Grade Structured Credit Enhanced Leveraged Fund) furono ottenuti tramite l’emissione di CDO (collateral debt obbligation). In pratica si trattava di obbligazioni con le quali venivano rigirate sul mercato le esposizioni della banca. Come prevedibile questi CDO si dimostrarono in seguito di un valore assai inferiore a quello per cui il mercato li valutava.

Merrill Lynch tentò di salvare il gruppo acquistando per 850 milioni di dollari gli asset sottostanti a questi CDO, ma ne riuscì a vendere all’asta solo 100 milioni di dollari. Il timore (poi dimostratosi reale) che ci fossero ulteriori esposizioni del gruppo e che quei fondi fossero ormai soltanto delle scatole vuote cominciò a colpire il titolo a Wall Street. A metà luglio il gruppo dichiarò che i due “fondi subprime” avevano quasi azzerato il proprio valore, al 31 dello stesso mese i due fondi andarono in bancarotta, il 5 agosto il co-presidente Warren Spector fu costretto alle dimissioni.

Nel frattempo la crisi dei subprime generava panico nel mercato: i fondisti cominciarono a fare causa alla stessa Bear Stearns. Era la prima di una serie di azioni legali che avrebbero accompagnato la società durante il declino in Borsa dai 170 dollari ai 3,17 dollari che furono registrati durante l’apertura della seduta del 17 marzo 2008.

Nel terzo trimestre del 2007 Bear Sterns dichiarò un calo degli utili del 60,9% a quota 171,3 milioni di dollari. A marzo 2008, quando la situazione critica del gruppo era ormai evidente, JP Morgan Chase e la Federal Reserve predisponevano un prestito d’emergenza a 28 giorni per evitare che l’insolvenza del gruppo generasse un impatto eccessivo sul sistema finanziario.

Il 24 marzo del 2008, fra proteste dei risparmiatori e procedimenti di class action contro il gruppo Bear Stearns passa sotto il controllo di JP Morgan che l’acquista per 10 dollari ad azione con un investimento complessivo di 1,2 miliardi di dollari. L’offerta iniziale era stata di soli 2 dollari ad azione, ma le polemiche avevano spinto il colosso Usa JP Morgan ad alzare l’offerta. Finiva così miseramente fra salvataggi, polemiche e cause legali la storia di uno dei colossi di Wall Street.

Invece soltanto 6 mesi dopo (il 31 maggio del 2008) JP Morgan completava l’acquisizione della società per circa 1,1 miliardi di dollari salvando di fatto il colosso dalla bancarotta.

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Ultimo aggiornamento:  5 Novembre 2008 - 15:04
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