Dopo la crisi finanziaria i paesi industriali potrebbero dovere fronteggiare una crisi economica. Già diversi preoccupanti segnali in questa direzione si sono materializzati nel corso delle ultime settimane.
Nel suo World Economic Outolook di ottobre il Fondo Monetario internazionale ha previsto un rallentamento dell’economia europea con una crescita media del Pil di Eurolandia prevista all’1,3% per il 2008, allo 0,2% nel 2009 e poi con un recupero della crescita del prodotto interno lordo Ue all’1,4% nel 2010.
Olivier Blanchard, neodirettore dell’ufficio studi dell’Fmi, ha sottolineato che molte economie avanzate sono ormai vicine alla recessione. 
La Banca dei regolamenti internazionali (Bis) è stata ancora più dura e ha parlato di situazione senza precedenti nel Dopoguerra. Secondo l’istituto di Basilea che opera come "banca delle banche centrali" l’attuale crisi ha radici altrettanto profonde sia nel settore finanziario che nell’economia reale.
I timori che i recenti crolli delle borse globali scontino un futuro rallentamento, se non addirittura una recessione dell’economia globale, sono d’altra parte sempre più diffusi e segnali preoccupanti sono giunti dalla Gran Bretagna che nel terzo trimestre 2008 ha registrato una flessione del Pil dello 0,5 per cento: si tratta della prima contrazione da 16 anni a questa parte.
Autorevoli economisti della Casa Bianca e la stessa Federal Reserve hanno già considerato ed espresso l’ipotesi che il Prodotto statunitense possa decrescere nel corso dell’ultimo trimestre del 2008 e del primo trimestre altrettanto duro. L’odiosa parola tecnica per due trimestri di crescita negativa del Pil è recessione.
In Europa nel frattempo si vedono vistosi rallentamenti nell’economia iberica, già colpita prima della crisi da una grave crisi del settore immobiliare, e in quella italiana che, secondo il centro studi di Confindustria e secondo l’Fmi potrebbe registrare un calo del Pil nel 2008 dello 0,1 per cento. Né gli altri paesi dell’Eurozona presentano scenari in controtendenza a quelli di questi due paesi.
Ma se lo scoppio della crisi dei subprime ha colpito per primi e più profondamente i settori finanziari di banche e assicurazioni perché ora dovrebbe passare alle imprese e ai consumi?
Le risposte sono molteplici e risiedono tutte nell’ampio bacino dei legami fra finanza ed economia reale.
Innanzitutto il crollo del sistema del credito facile statunitense è nato da una bolla immobiliare che si è estesa poi a banche che avevano concesso mutui troppo "facili", quindi in parte le origini della crisi sono già nell’economia reale. La situazione si potrebbe poi aggravare se alla crisi dei mutui subprime si aggiungesse quella delle carte di credito Usa che rischia di rivelarsi non meno grave.
Il calo dei consumi e sia negli Stati Uniti che in Europa rischiano di rallentare ulteriormente l’ingranaggio dell’"economia vera" senza considerare i legittimi timori riguardanti un lievitamento del costo del debito delle imprese.
Su questo aspetto, in particolare, si è concentrato il timore di molti osservatori. Se infatti le condizioni del credito, come probabile, dovessero peggiorare sarebbe facile un ulteriore travaso della crisi in corso dalle borse all’economia reale. In Italia Emma Marcegaglia, numero uno di Confindustria ha già lanciato l’allarme e programmato incontri con il Governo e con l’Associazione delle banche italiane. Grossi gruppi industriali italiani come Risanamento e importanti investitori come Romain Zaleski (per fare solo due esempi) stanno già pagando lo scotto di un debito sempre più caro, mentre lo Stato italiano ha predisposto un fondo da 600 milioni di euro per le piccole e medie imprese.
Resta il dubbio che lo scoglio della recessione economica sia inevitabile, anche se le manovre di governi e istituzioni internazionali cercano ormai da settimane di rallentare la macchina impazzita delle borse e di tamponare gli effetti della crisi.
Il taglio dei tassi d’interesse di mezzo punto coordinato da sei banche centrali lo scorso 8 ottobre è stato un provvedimento senza precedenti che va nella direzione di una politica espansiva e di basso costo del denaro utile a rilanciare l’economia.
In questo senso le manovre coordinate dagli Stati Uniti, dall’Europa e da diverse nazioni del mondo hanno poi cercato di ridare fiducia ai mercati con una serie di nuove garanzie pubbliche al sistema del credito e con numerosi interventi diretti a sostegno delle più grandi banche.
I forti ribassi del greggio, in questo scenario, sono sicuramente molto significativi. Lo scivolamento rapido del petrolio da 140 a meno di 70 dollari al barile da un lato sconta i timori di una prossima recessione globale, dall’altro lato contiene in sé spunti positivi per una futura ripresa. Costi bassi per l’energia sono infatti un importante input positivo per l’industria, rappresentano un ostacolo in meno sulla via di un taglio al costo del denaro e rimuovono qualche timore su una crescita dell’inflazione. Non ha caso Jean Claude Trichet, presidente della Bce, ha dichiarato di valutare in questi giorni l’ipotesi di un taglio dei tassi. Secondo diversi analisti già a fine 2009 potremo assistere alla ripresa dell’economia. Sicuramente il mondo a quella data non sarà, però, lo stesso di oggi.
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