La Crisi in Cina


Il piano anticrisi cinese da 586 miliardi di dollari

Fino a pochi anni fa sarebbe sembrato davvero curioso, se non impossibile, che il presidente degli Stati Uniti e il premier cinese la pensassero in maniera tanto simile. La crisi dei subprime, lo statalismo d’emergenza delle grandi potenze occidentali e l’orientamento sempre più capitalista della Repubblica Popolare hanno però spazzato via molte delle differenze di fondo tra l’emblema a stelle a strisce del liberismo e il più grande Stato comunista del mondo. Cina

Il flusso globale di capitali finanziari e le interconnessioni sempre più strette fra le economie disseminate ai quattro angoli del globo hanno fatto però molto di più. La Cina ha, infatti, varato il 10 novembre 2008 un piano da 586 miliardi di dollari a sostegno della propria economia dimostrando di potere intervenire nel cuore del proprio sistema economico con un potere straordinario e persino invidiabile per molti stati occidentali. Ancora una volta quello che i mercati finanziari, in forte rialzo subito dopo l’annuncio, hanno cominciato a scontare è stato il futuro.

Con un Pil che, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, dovrebbe crescere anche quest’anno dell’8,5% la situazione dovrebbe essere considerata dal Governo di Pechino quanto meno serena, soprattutto in confronto a una media dell’1,5% delle economie avanzate (secondo la stessa fonte). In realtà almeno due ordini di cause costringono il premier cinese Wen Jiabao a prendere provvedimenti d’emergenza contro la crisi globale dei mercati.

Il primo problema è quello della natura stessa della crescita rapidissima della Cina negli ultimi anni: un Paese che cresce tanto vorticosamente non può che accumulare gravi problemi che presto presenteranno il conto e rischia inoltre di essere sottoposto a crisi economiche più brusche di altre economie meno effervescenti, ma più stabili.

La frenata della crescita cinese è, d’altra parte, testimoniata anche dalla stessa dinamica del prodotto interno lordo. Il Pil di Pechino è cresciuto dell’11,9% nel 2007 e quest’anno, come detto, dovrebbe registrare una crescita di "soli" 8,5 punti (una stima di recente abbassata dal Fondo monetario internazionale).

Questo significa che in due anni la Cina potrebbe rallentare di 2,6 punti percentuali. Per fare un utile paragone con gli Stati Uniti, che sono l’epicentro della crisi mondiale, questi passeranno (fonte Fmi) nello stesso periodo da crescita del 2% a un +0,1% previsto nel 2009 (anche se le stime dell’Fmi sono probabilmente ottimistiche). Questo significa che il rallentamento degli States sarà di "soli" 1,9 punti percentuali contro i 2,9 punti della Cina. Ovviamente, in termini assoluti si tratta la perdita di ricchezza statunitense sarà molto maggiore ma il dato è comunque significativo. Indica infatti che la frenata dell’economia cinese rischia di essere molto più brusca di quella di altre economie più evolute per il semplice fatto che proviene da anni di crescita più rapida.

Quest’auto che ha corso vertiginosamente negli ultimi anni ha inoltre un motore surriscaldato da problemi proporzionati alla sua grandezza geografica e demografica. Le difficoltà infrastrutturali, sociali, ambientali di quello che era l’Impero Celeste sono, infatti, di una dimensione tale da minare ogni prospettiva di futuro sviluppo. Non a caso il nuovo piano finanziario varato da Pechino interviene proprio su questi aspetti puntando più sull’economia reale che su quella finanziaria del Paese.

Fra qua e il 2010 la Cina ha infatti deciso di finanziare un poderoso piano in 10 punti che mira ad alleggerire la povertà della sconfinata periferia cinese con degli interventi che alleggeriscano gli affitti e che cancellino (o almeno riducano) gli sconfinati slum delle aree metropolitane e zone rurali. Pechino vuole inoltre finanziare infrastrutture pubbliche: ponti, strade e ferrovie, ma anche reti elettriche e collegamenti di metano.

Incentivi consistenti sono previsti anche per il sistema sanitario e per le strutture di smaltimento di rifiuti e sostanze inquinanti. Un obiettivo dichiarato del Governo cinese è quello di alzare la media dei redditi nelle campagne e nelle città.

Previsto anche un piano specifico per incoraggiare le imprese per le quali è stata approntata una manovra da 17,6 miliardi di dollari che dovrebbero finanziare il taglio delle imposte e incoraggiare l’innovazione tecnologica.

Non si tratta certo di una direzione del tutto nuova per la Repubblica Popolare cinese. Zhou Xiaochuan, governatore della banca centrale cinese ha, infatti, promosso negli ultimi tempi un cauto taglio del costo del denaro. Dal 16 settembre a oggi il tasso di riferimento sui prestiti è sceso di 81 punti base al 6,66% nonostante i timori per l’inflazione (un problema praticamente inevitabile per un Paese con simili tassi di crescita).

Sebbene, infatti, l’inflazione cinese abbia rallentato nel mese di ottobre fino ad attestarsi al 4% (il minimo da 17 mesi a questa parte) lasciando aperta la possibilità di nuovi tagli dei tassi della banca centrale, i segnali negativi non mancano. Un rallentamento consistente delle esportazioni e della domanda di prodotti cinesi all’estero risulta infatti evidente dagli ultimi dati sulle esportazioni che pur mantenendo un elevato tasso di crescita al 19,2% nel mese di ottobre hanno registrato un marcato calo rispetto al dato di settembre (+21,5%).

Proprio nei timori di un rallentamento dell’economia globale e di un calo delle esportazioni risiede, infatti, uno dei motivi principali del piano anticrisi cinese. Rilanciare (o se si preferisce promuovere) i consumi interni può essere per un Paese con oltre 1,3 miliardi di abitanti una percorribile soluzione per il rilancio.

Verrebbe da pensare al piano di Roosevelt e al New Deal, quello che in America fondò il Welfare (lo Stato Sociale) e rilanciò i consumi grazie a una serie di forti interventi dello Stato nell’economia. Una straordinaria somiglianza tra il New Deal dell’America degli anni Trenta e il piano varato dalla Cina di oggi è stata notata anche da Alberto Forchielli presidente dell’Osservatorio Asia e quindi attento osservatore delle economie del Far East.

Un ritorno degli investimenti pubblici nelle economie del terzo millennio sta, d’altra parte caratterizzando anche l’Europa e gli stessi Stati Uniti. Le differenze sostanziali fra la Cina e le economie occidentali non sono, però, trascurabili né in un senso né nell’altro.

A fine 2007 il debito cinese rappresentava solo il 18,4% del suo Pil mentre alla stessa data il debito Usa era al 60,8% del Prodotto interno lordo del Paese a stelle e strisce. I margini di manovra sono insomma molto differenti. Quanto poi alle condizioni di un’economia, come quella cinese, ancora molto arretrata sotto diversi aspetti appare chiaro che costruire una strada nuova al posto di una vecchia o costruire una strada laddove non ce ne sono mai state crea panorami completamente diversi. In altre parole la differenza fra un Paese che rispolvera il New Deal e uno che lo adotta per la prima volta rimane comunque profonda.


Crisi in Cina

Ultimo aggiornamento:  13 Novembre 2008 - 16:37
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