La Crisi Argentina


Lo scorso 22 ottobre il presidente argentino Cristina Fernandez de Kirchner ha presentato un piano di nazionalizzazione dei fondi pensione privati cha ha riportato ad un tratto il calendario del Paese alla terribile crisi del 2001, quella dei Tango Bond da cui ancora oggi molti risparmiatori di tutto il mondo stanno cercando di riprendersi. Crisi Argentina

Allora si trattò del più grande default pubblico della storia: il Paese uscì virtualmente dai circuiti della finanza globale con un buco da 95 miliardi di dollari. In questo periodo di terremoti finanziari a tutte le latitudini la crisi dell’Argentina del 2001 sembra un fantasma del passato destinato a spingere nuovamente il Paese nel caos dopo anni di faticosissimo recupero. D’altra parte i legami della crisi attuale con quella di allora esistono e derivano ancora una volta dal debito che, sebbene ridotto rispetto a quello di allora, rappresenta ancora una mina vagante per il bilancio pubblico e per molte società private che subiscono ancora i nefasti effetti della crisi di 7 anni fa.

Come nel caso dei fallimenti di diverse banche statunitensi, anche nel caso argentino il mercato ha visto un rapido precipitare della situazione. L’annuncio shock della de Kirchner giunge, infatti, dopo due giorni in cui il maggiore indice azionario di Buenos Aires ha perso prima l’11% e dopo il 16%. Il Governo in pratica progetta di rinazionalizzare i dieci fondi pensione, i cosiddetti Afjp, nati dalla privatizzazione del sistema previdenziale argentino nel 1994. Si tratta di una manovra da 26 miliardi di dollari (questo il valore degli asset gestiti dagli Afjp) che in pratica getta nuovamente gli investitori sia stranieri che nazionali nel caos riprospettando lo spettro del fallimento del 2001.

Secondo alcune stime, nel solo mese di ottobre, i bond argentini hanno perso circa il 60% del proprio valore. In seguito alla crisi finanziaria in corso l’agenzia di rating internazionale Standard & Poor’s ha deciso di portare il proprio giudizio sul debito argentino da B a B-, circa sei livelli (notches) al di sotto del cosiddetto investment grade. Ora, poiché le istituzioni finanziarie di primaria importanza hanno spesso nel loro stesso statuto il divieto di investire in strumenti troppo rischiosi come i titoli al di sotto della soglia dell’investment grade, in pratica l’Argentina con l’ultimo giudizio scivolava sempre più lontano dal mercato del credito internazionale e quindi dalla possibilità che nuovi investimenti esteri la salvassero dal baratro della crisi finanziaria. Il Governo argentino dovrà restituire 28 miliardi di dollari entro tre anni ed è probabile che gran parte dei recuperi in termini di bilancia commerciale, di Pil del Paese e di solidità finanziaria del suo sistema economico vengano bruciati nel corso delle prossime settimane.

Argentina: la crisi si sente anche a Buenos Aires

La crisi dell’Argentina non va però considerata come un fenomeno a sé stante e deriva in gran parte dal difficile contesto internazionale. Il crollo delle commodities agricole dopo mesi di grandi rialzi ha pesato enormemente su uno Stato ancora indebitato per oltre 160 miliardi di dollari con l’estero ossia per oltre il 50% del proprio Pil (stime Sace al 2008). La dipendenza dai prezzi delle materie prime e da mercati come gli Stati Uniti (secondo partner commerciale di Buenos Aires), che stanno subendo pesanti effetti dalla crisi dei subprime, hanno, infatti, evidenziato la fragilità dell’economia argentina.

L’elevata inflazione che caratterizza il peso argentino (al 10% secondo stime ufficiali ma intorno al 30% secondo altre fonti), il calo degli investimenti esteri e l’impatto del rallentamento dell’economia globale hanno, infatti, colpito duramente il Paese. Il 22 Ottobre, nel giorno in cui il premier annunciava l’intenzione di nazionalizzare i fondi pensione privati, un comunicato dell’Uia (Unione industriali argentini) avvisava il mercato che molti impianti industriali, a causa dei rincari dei costi dell’energia e di molte altre materie prime, sarebbero stati chiusi. D’altra parte il sistema energetico del Paese si dimostrava da tempo inefficiente e inadeguato alle esigenze della sua economia.

Il Pil argentino dopo il 9,2% di crescita del 2005 - un tasso di crescita degno della Cina dei record – ha iniziato a rallentare fino all’8,7% del 2007 e al 6,8% stimato da Sace per quest’anno e da molti ritenuto ormai ottimistico. Negli ultimi giorni complesse trattative e diverse interpretazioni della crisi argentina hanno reso sempre più nebulosa la condizione del Paese.

Alcuni osservatori esteri hanno accusato il Governo della de Kirchner di volere sfruttare la cassa dei fondi privati in via di nazionalizzazione per coprire alcune "magagne" del bilancio pubblico. Altri osservatori accusano gli investitori esteri di avere abbandonato senza motivo il Paese. Gli spread sui CDS argentini, ovvero i differenziali delle scommesse sul fallimento dello Stato di Buenos Aires, hanno registrato i più grandi incrementi di tutta l’area e superato il 100 per cento: un segno inequivocabile di sfiducia sulla tenuta dell’economia argentina. Qualcuno ha attribuito questa fuga di capitali alle chiusure di posizioni da parte degli hedge fund altamente indebitati e costretti a fare cassa con i disinvestimenti dalla cattiva congiuntura economica internazionale. Qualcun altro ha parlato di sabotaggio delle istituzioni internazionali e di alcune primarie banche del mondo che finora hanno estratto forti profitti dalla gestione di alcuni dei fondi privati in via di nazionalizzazione. Di certo a Buenos Aires in questi mesi si ha di nuovo paura del disastro.


Crisi in Argentina

Ultimo aggiornamento:  14 Novembre 2008 - 11:17
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