Saranno sufficienti un piano da 750 miliardi di euro e finanziamenti da 110 miliardi alla Grecia a scongiurare il pericolo di una crisi europea tanto forte da porre fine all’unione monetaria?
Secondo Mauro Ratto, chief investment officer per Europe e Asia di Pioneer (Gruppo Unicredit), “L’Europa in occasione della crisi greca ha messo in campo misure di dimensioni eccezionali che hanno superato le più alte aspettative. Bisognerà ora verificare gli interventi concreti dopo l’emergenza. Con l’ausilio del Fondo monetario internazionale, però, sono state poste delle condizioni di rigore fiscale che creano un quadro sufficiente a rassicurare i mercati”.
I grandi d’Europa si stanno dunque muovendo nella direzione giusta anche in questi ultimi incontri?
“Siamo in un periodo ancora carico di incertezze e i mercati potrebbero anche trovare nuovi minimi, ma il percorso tracciato è giusto. La regolamentazione degli hedge fund tesa a limitare la speculazione, per esempio, appare utile, ma sarebbe forse più importante concentrarsi su un sistema che garantisca una maggiore trasparenza al mercato dei derivati. In generale, però, lo spostamento degli investimenti verso posizioni migliori fa parte di un riposizionamento strutturale e naturale dei portafogli globali di cui la speculazione è forse un catalizzatore, ma non la causa primaria. Non è un caso se il Dax nel mezzo della crisi fa meglio degli altri indici...”
Il nuovo ruolo della Banca centrale europea può essere basilare nell’ambito della nuova via tracciata da Bruxelles. Ieri la Bce ha cominciato ad acquistare bond pubblici europei con un piccolo pacchetto da 16,5 miliardi di euro, qualcuno teme, però, che il suo ruolo venga così snaturato, voi cosa ne pensate?
La fine dei dogmi sulla Bce suggerisce un cauto ottimismo nel medio e lungo periodo, si tratta tuttavia di una condizione necessaria, ma non sufficiente a fini di un aggiustamento della politica fiscale nell’Eurozona. Chi critica il nuovo ruolo della Bce spesso dimentica gli enormi interventi della Federal Reserve anche in titoli di credito per il sostegno dei mercati.
Non si rischia l’avvio di una spirale inflazionistica con conseguenze anche sulla ripresa economica?
Nel medio termine è prevedibile qualche tensione inflazionistica, ma la Bce ha sottolineato l’intenzione di condurre degli interventi bilanciati. A mio parere nell’area dell’euro una politica fiscale restrittiva otterrà effetti diversi nei diversi mercati. Economie forti come quella tedesca potranno avvantaggiarsi di un euro debole incrementando le esportazioni, mentre i rigori fiscali nell’Europa periferica comprimeranno la domanda e la spesa pubblica generando spinte deflazionistiche.
Sta nascendo una cabina di regia economica europea?
Il piano di intervento immediato dell’Ecofin è un primo passo verso una politica fiscale congiunta e coordinata. Ci vorrà del tempo per coordinare i vari paesi, ma oggi sembra un passo necessario.
Un default controllato di Atene sarebbe utile nel breve?
Abbiamo appena visto gli effetti negativi che una simile prospettiva può generare in tutta Europa. Cosa succederebbe negli Stati Uniti se ci fosse un default della California? E’ sempre più chiaro che all’euro serve una cintura di protezione che consenta di mantenere in tutta Europa un costo del funding contenuto. Una nuova crisi di liquidità rischierebbe di minare la ripresa anche in paesi distanti dall’Eurozona.
Dopo il piano da 750 miliardi è già il momento di tornare a investire sul debito dei PIGS approfittando dei buoni rendimenti?
Secondo noi è troppo presto per tornare a investire, troppe incertezze rimangono ancora sulle politiche di rientro dei paesi dell’Europa periferici. Al riguardo è necessaria una valutazione caso per caso: per esempio l’Irlanda ha avviato le giuste manovre di controllo del bilancio e rientro del debito pubblico e l’Italia è presenta un rapporto rischio/rendimento tra i migliori d’Europa e si dirige verso un avanzo primario che le consente di ripagare gli interessi sul debito senza problemi.
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