Nel 2010 poche lettere possono mandare in rovina una nazione: per qualcuno infatti la crisi dell’euro comincia con un downgrade di Fitch sul debito greco. Lo scorso 8 dicembre il giudizio sui bond di Atene passa da A- a BBB+: il pericolo che diventi un titolo spazzatura (junk bond) genera un allarme di dimensioni continentali. Soltanto pochi mesi prima George Papandreou ha vinto le elezioni di Atene e svelato al mondo bilanci falsati in cui un deficit del 6% del Pil raddoppia in poche settimane e rischia di mettere ko una nazione.
Nei mesi successivi il rendimento del decennale greco decolla fino oltrepassare il 12% e i credit default swap a 5 anni, le assicurazioni contro il fallimento degli stati, passano dai 200 punti di dicembre agli oltre 1.000 di maggio. Uno dei picchi si ha il 27 aprile, quando Standard & Poor’s degrada a junk bond il debito di Atene. Una pioggia di bocciature delle agenzie di rating accompagna la crisi dell’Eurozona e mina la fiducia degli investitori: anche il potere delle agenzie di rating finisce sotto accusa.
D’altra parte fin dall’inizio della crisi sul banco degli imputati sono saliti, insieme ai banchieri con bonus milionari, anche le agenzie di rating che non hanno saputo avvertire il mercato del pericolo. Più del 90% degli Mbs (titoli costruiti con mutui cartolarizzati alla base della crisi dei subprime in America) che avevano ricevuto un lusinghiero AAA dalle agenzie di rating nel 2006 oggi è ridotto a titolo spazzatura. Casi storici come Enron o Parmalat suggeriscono cautela.
Ma se le agenzie sono scelte e pagate dalle stesse banche che devono vendere i propri prodotti finanziari e che quindi hanno tutto l’interesse a vederli promossi come “sicuri”, come possono i risparmiatori fidarsi dei rating?
Nel mezzo dalla crisi greca, dopo aver tagliato il rating su Atene di tre notch e averlo trasformato in un junk bond, Standard&Poor’s riduce anche il rating sul Portogallo sulla scorta dell’andamento dei suoi CDS. A molti sembra il progetto di un contagio nel cuore dell’Eurozona con possibile allargamento della crisi dalla Grecia al Portogallo alla Spagna e forse anche all’Italia. Il panico sui mercati zavorra l’euro e i listini azionari. Quando Moody’s nel giro di una giornata prima accenna a un rischio di solvibilità dell’Italia e poi smentisce tutto a mercato chiuso, i sospetti sulle tre grandi agenzie di rating (Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch) si moltiplicano.
D’altronde la riforma della finanza degli Stati Uniti che a maggio viene esaminata dal Congresso prevede un forte intervento sulle agenzie. Il senatore Carl Levin guida un’apposita commissione d’inchiesta e rivela il contenuto di una serie di mail private che svelano conflitti di interessi e casi di superficialità nel giudizio. Per gli accusatori il legame tra banche e agenzie è troppo stretto, come se un giudice fosse pagato da un imputato. Il 13 maggio un emendamento che prevede la creazione di una sorta di supervisore delle agenzie con rappresentanti dei rater, degli investitori e degli emittenti (banche) riceve 65 voti favorevoli e 35 voti contrari. Sarà difficile che non si approdi a una legge.
La questione è più calda che mai anche in Europa: già ai primi di maggio Michel Barnier, commissario europeo ai Servizi finanziari, chiede responsabilità e trasparenza nell’operato delle agenzie di rating da cui possono dipendere le finanze, la crescita e la stabilità sociale di interi paesi. L’Ecofin che approva un paracadute da 750 miliardi per l’euro prende un preciso impegno nel campo della regolamentazione dei mercati e del ruolo delle agenzie di rating. Sul ruolo dei tre grandi rater torna a riflettere anche Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Bce, che scrive “Le agenzie – ce ne sono solo tre – hanno recentemente perso credibilità, contribuendo, con notevoli conflitti d’interesse, alla sopravvalutazione del merito di credito dei titoli cartolarizzati, in particolare i subprime che sono all’origine della crisi finanziaria”. Per Bini Smaghi le recenti revisioni al ribasso dei rating sovrani sollevano non pochi dubbi. Se un’agenzia misura la solvibilità di uno stato non su bilanci e dati macroeconomici fondamentali, ma su valutazioni di mercato (come il prezzo dei CDS) il suo giudizio perde il requisito fondamentale dell’indipendenza.
Gli esempi vistisi in Grecia sono a portata di mano e il timore di una forzatura del mercato è evidente. Presto Bruxelles si interrogherà sull’opportunità di creare un’agenzia europea di rating o un quadro normativo più rigoroso o entrambe le cose. I tempi sembrano più che mai maturi per un intervento.
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