La fiducia è un bene difficile da produrre e facile da disperdere, la fiducia è il vero motore primo dei mercati. Nei momenti bui seguiti al crollo di Lehman Brothers le grandi banche mondiali hanno smesso di prestarsi denaro a vicenda e hanno cominciato a incrementare i depositi presso le banche centrali. In un certo senso si sono comportate come un’anziana signora che nasconde il denaro sotto il materasso. In molti casi grandi istituzioni finanziarie hanno deciso di pagare interessi alle banche centrali pur di non investire un dollaro o un euro nei mercati finanziari, ossia nei prodotti dei loro colleghi. Così i tassi sul mercato interbancario sono saliti prepotentemente, ci si è approssimati al credit crunch e si è ristretto anche il credito all’economia reale. La fiducia non è dunque un bene a buon mercato.
Così, dopo gli stress test alle prime banche americane esplicitamente finalizzati a rassicurare gli investitori, l’esplodere dei deficit pubblici e del debito in Europa (ma non solo) ha incoraggiato enormi tensioni speculative spingendo anche il Vecchio Continente sull’orlo della crisi.
Dopo il rischio di default della Grecia, del Portogallo, dell’Irlanda, della Spagna; dopo un piano da 80 miliardi di euro per il salvataggio di Atene e da almeno 500 miliardi di euro per la stabilizzazione finanziaria dell’Eurozona, si è reso infine necessario anche uno stress test delle banche europee. L’obiettivo, ancora una volta, è la riconquista della fiducia.
I risultati delle prove condotte sui bilanci delle prime banche d’Europa saranno pubblicati il prossimo 23 luglio, probabilmente a mercati chiusi. A metà mese, però, le condizioni dei test rimangono misteriose e solo poche informazioni certe giungono sul mercato. Nel frattempo diversi operatori si cimentano con degli stress test ipotetici e con risultati spesso divergenti: Credit Suisse, Deutsche Bank, Mediobanca, Ubs sono solo alcuni degli operatori che pubblicano delle stime “al buio”.
Di certo si sa che saranno messe alla prova 91 banche europee che da sole coprono il 65% del settore bancario del Vecchio Continente. Negli Stati Uniti le banche testate erano “solamente” 19. In realtà, però, le somiglianze fra i test condotti a cavallo dell’Oceano Atlantico non mancano. In entrambi i casi sono previsti due scenari: uno in linea con le stime del mercato sull’andamento di Pil, disoccupazione, inflazione e altri fattori; l’altro è invece uno scenario più negativo che prevede un peggioramento delle condizioni generali dell’economia.
Nel caso dei test attesi per il prossimo 23 luglio le condizioni sfidanti comprendono uno scostamento di ben tre punti percentuali di Pil e degli choc nei mercati obbligazionari correlati al debito sovrano dei paesi dell’Eurozona. In Germania 14 banche tra le quali colossi come Deutsche bank o Commerzbank, ma anche le varie Landesbank che rischiano di impensierire gli osservatori, saranno messe alla prova. In Spagna finiranno altri 27 istituti sotto esame, mentre in Italia le banche testate saranno solo 5 (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Popolare, Monte dei Paschi di Siena e Ubi Banca). Chi supererà gli stress test riotterrà la fiducia dei mercati, chi invece si dimostrerà troppo fragile dovrà chiedere l’aiuto del mercato o degli azionisti per eventuali ristrutturazioni.
In alternativa sarà possibile un intervento dello Stato che sarà in un secondo momento accompagnato da un controllo dell’Antitrust europea e che, comunque, dovrà essere accompagnato da un credibile piano di ristrutturazione. Solo come ultima sponda gli istituti potranno ricorrere al supporto europeo e ai fondi per la stabilizzazione del sistema.
Le incognite non mancano. Gli stress test americani fecero ampio uso dei coefficienti di patrimonializzazione usati dal Comitato di Basilea, ossia del tier 1 ratio, del core tier 1 ratio e di altri simili parametri. Gli stress test europei useranno gli stessi sistemi? Secondo diversi osservatori è addirittura possibile che queste prove creino un modello per i prossimi interventi di Basilea III.
Potrebbe così spuntare il parametro della liquidità che testa la dipendenza degli istituti dal mercato interbancario del credito. Qualcuno lo ha già ribattezzato “Lehman Ratio”, ma di certo non spaventa le banche italiane che hanno una base di depositi più ampia della media. Secondo qualcun altro anche il leverage potrebbe essere preso in considerazione dai nuovi test che il Cebs (Committee of European Banking Supervisors) ha elaborato in stretto accordo con la Commissione europea e con la Bce. Se il core tier 1 ratio misura la parte migliore del capitale (azioni, utili non distribuiti, riserve) il tier 1 ratio include anche gli strumenti ibridi di capitale come alcune obbligazioni, buoni fruttiferi o certificati di deposito.
Un altro interrogativo riguarda le svalutazioni del debito sovrano compreso nei bilanci delle banche europee: i forzieri degli istituti europei (e particolarmente quelli tedeschi) sono zeppi di titoli di stato greci, spagnoli, italiani e così via: quanto dovranno essere svalutati? Le dichiarazioni di alcuni esponenti istituzionali pongono al 17% la svalutazione dei titoli greci, al 3% quella dei titoli spagnoli e allo 0,3% quella dei titoli francesi.
Già al tempo degli stress test a stelle e strisce in molti dubitarono di questo metodo, che poi si dimostrò efficace. A Bruxelles e a Francoforte, che pure rappresentano mercati finanziari sulla carta più solidi, in molti sperano di ripetere il successo di Oltreoceano. Non resta che attendere il 23 di luglio, in fondo è soprattutto una questione di fiducia.
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