Sfide globali che partono dal mattone per il Bel Paese


Nel mezzo della peggiore tempesta finanziaria che l’Europa abbia affrontato dalla sua nascita Mario Monti è stato chiamato a gestire l’Italia, ossia il Paese dal quale all’inizio del novembre del 2011 sembra dipendere non solo la sopravvivenza dell’euro, ma anche la stabilità dei mercati globali e la solidità di una ripresa di nuovo in forte dubbio.

L’obiettivo del pareggio di bilancio al 2013, ossia dell’azzeramento del deficit, nonostante manovre da quasi 60 miliardi di euro appena approvate dal governo uscente è messo chiaramente in forse dagli alleati europei. Tanto che lo stesso Monti deve ribadire la determinazione del Bel Paese sulla strada della stabilizzazione.
La nascita di un “trio dell’euro” fra Francia, Germania e Italia vede però uno scontro da subito tra l’anima francese che vorrebbe un ruolo per la Bce o almeno degli Eurobond a tutela della moneta unica e l’anima tedesca, che sembra irremovibile quanto incapace di proporre alternative credibili ai mercati. D’altronde il peggioramento della crisi si allarga chiaramente ai mercati del debito sovrano di Francia e Spagna (con l’allargamento degli spread sul corrispettivo debito tedesco e il rischio di una perdita della tripla A) con riflessi sulla stessa Germania.

Il controcanto stonato di Washington, dove la supercommissione non riesce a varare i previsti tagli del deficit per 1.200 miliardi di dollari e fa scattare la procedura automatica di cut spending, non alleggerisce il clima. Tantomeno le ipotesi subito smentite di un intervento da 600 miliardi del Fondo Monetario Internazionale. In Europa la Commissione presenta uno studio sugli eurobond bocciati ancora (e piccatamente) da Berlino, di altre strade che non siano l’addio all’Europa della moneta unica non se ne vedono.

Non appare dunque un caso se i primi confronti di Monti con il proprio nuovo ruolo riguardino più l’Europa che l’Italia. Nuove regole e un’azione comune sembrano ormai improcrastinabili anche per Parigi. I conti in casa non potranno però essere posticipati molto a lungo, anche se la portata delle manovre in campo impone acume, precisione, lungimiranza.

D’altronde il cammino del nuovo Esecutivo appare disegnato dalla lettera della Bce del 5 agosto e dalle successive coerenti dichiarazioni del governo di Berlusconi cui tutto sommato si rimprovera più una mancanza di azione che una confusione degli intenti. Tutti concordano a parole sul piano di austerità e crescita illustrato il 17 novembre, tuttavia l’assenza di politici dall’Esecutivo, nonostante la volontà dello stesso Monti, dimostra chiaramente l’impopolarità di manovre che incideranno sulle pensioni, sul pubblico impiego, sugli assetti del lavoro e sul regime fiscale.

Persino l’Ici sulla prima casa, una delle poche concrete riduzioni del carico fiscale dei cittadini italiani, rispunta nel panorama dei possibili riassestamenti dei conti pubblici. L’imposta, anzi, sembra sempre più certa, perché, come dichiara lo stesso Monti. “L'esenzione dall'ICI delle abitazioni principali costituisce, sempre nel confronto internazionale, una peculiarità - se non vogliamo chiamarla anomalia - del nostro ordinamento tributario”. Insomma la tassa sulla prima casa dovrebbe tornare e portare all’Erario e ai comuni che ne hanno un disperato bisogno 3,5 miliardi di euro. Risorse alle quali si potrebbero aggiungere 3,5 miliardi di euro di cedolare secca e 3 miliardi di compartecipazione Irpef.

Tutte parole in assenza di un decreto preciso. Ma se si considera che entro il 30 aprile deve essere definito un primo elenco di cespiti immobiliari da dismettere dai quali (secondo la lettera di intenti all’Ue riconfermata in questo punto da Monti) si dovrebbero ricavare altri 5 miliardi di euro, si capisce che alla fine il mattone – pubblico e privato, tassato o venduto – avrà senz’altro un peso nella riprogettazione dei conti pubblici italiani.

Con la reintroduzione della vecchia “Ici” ci sarebbe sicuramente una boccata d’aria per le finanze comunali che dovrebbero ricavare 3,5 miliardi complessivamente pari a 177 euro di media per i 19,7 milioni di prime case italiane.

Un aggiornamento dei valori catastali (che sembra un po’ a tutti la premessa di ogni intervento) potrebbe però far lievitare, e notevolmente, gli introiti previsti. Una seconda strada sarebbe quella dell’Imposta municipale unica (Imu) che sarebbe già prevista per l’inizio del 2013, ma non sarebbe troppo diversa concettualmente dallo schema dell’Ici. Assai diversa sarebbe invece la “terza strada” di una abolizione della deduzione Irpef sulla rendita catastale della abitazione principale. A parità di immobile questa imposta sulla rendita colpirebbe dunque con un’aliquota marginale gli introiti più elevati. Senza una rivalutazione delle rendite catastali ne deriverebbero introiti per 3,2 miliardi di euro secondo i calcoli de Il Sole 24 Ore.

Gli obiettivi sono certo più ampi e complessi, ma ancora una volta il mercato immobiliare (una delle “anomalie” italiane risiede nella diffusione ben oltre la maggioranza della popolazione della casa di proprietà) si rivela una delle chiavi dello sviluppo del domani italiano. D’altro canto proprio con il mattone assai più malato della crisi dei mutui subprime in America tutto era cominciato...

message

Ultimo aggiornamento:  29 Novembre 2011 - 18:05
Canale Job Finance
Job Finance Dayclicca qui per scoprire le offerte di lavoro delle aziende che hanno partecipato al Job Finance Day!


Borsa Italiana non ha responsabilità per il contenuto del sito a cui sta per accedere e non ha responsabilità per le informazioni contenute.

Accedendo a questo link, Borsa Italiana non intende sollecitare acquisti o offerte in alcun paese da parte di nessuno.

Sarai automaticamente diretto al link in cinque secondi.