Con un colpo di scena inatteso e inusuale il giudice Ruth Bader Ginsburg ha bloccato ieri alle 4 del pomeriggio il processo di fallimento della Chrysler e tutta la complessa operazione che dovrebbe portarla sotto il controllo di Fiat.
Sul caso portato avanti da tre fondi pensione dell’Indiana contro l’intera cessione di Chrysler, il giudice della Corte suprema non si è espresso, ma ha concesso ai creditori più tempo. Non molto in verità perché già nella notte del 9 giugno giunge alla fine il via libera della Corte Suprema che allontana lo spettro del fallimento dalla casa automobilistica statunitense.
Entro il 15 giugno la Fiat deve infatti ottenere un via libera definitivo sul merger altrimenti otterrà automaticamente il diritto di ritornare indietro sui suoi passi e di lasciare a un più che probabile fallimento la Chrysler. Nelle 24 ore intercorse tra lo stop e il via libera della Corte, il Lingotto, dopo aver palesato un certo disappunto, aveva comunque confermato la propria intenzione di proseguire nelle trattative, d’altra parte il piano di salvataggio di Chrysler appariva a tutti, governo Usa compreso, troppo importante.
Se si considera infatti che la casa automobilistica americana perde oltre 100 milioni di dollari al giorno e che non risultano pervenute altre offerte oltre a quella italiana, sponsorizzata dalla stessa Amministrazione di Barack Obama, si comprende perché i 55 mila dipendenti circa del gruppo Usa rischino molto di più di quanto concesso in passato con il proprio via libera (tramite i loro rappresentanti sindacali) all’ingresso di Fiat nel capitale di Chrysler.Un fallimento degli accordi avrebbe messo a rischio troppe cose.
Ma quali sono le ragioni per le proteste degli obbligazionisti rappresentati dall’Indiana State Teachers Retirement Fund, dall’Indiana State Police Pension Trust e dall’Indiana Major Move Construction? I tre fondi pensione seguono la sorte degli altri sottoscrittori di obbligazioni Chrysler: a 6,9 miliardi di dollari di debito sono riconosciuti 2 miliardi di dollari di risarcimento e non di più. Un accordo approvato da una decisione di un giudice federale sul processo di bancarotta, da una corte di appello di New York contro la quale ora, i fondi pensione, hanno fatto ricorso alla Corte Suprema ottenendo, dopo una inattesa sospensione, un diniego anche da questa.
In realtà, in proprio, i tre fondi dell’Indiana hanno investito “soltanto” 42,5 milioni di dollari in obbligazioni Chrysler e quindi, rispetto ai 6,9 miliardi di dollari complessivamente investiti in bond, il loro danno è relativamente contenuto. Se si considera che la stessa Washington ha garantito finanziamenti per diversi miliardi di dollari si capisce che le proporzioni del salvataggio di Chrysler vanno ben oltre qualche decina di milioni di dollari.
Tuttavia in gioco c’è ancora di più. I tre fondi dell’Indiana contestano il diritto dei creditori al risarcimento del proprio capitale e una loro vittoria rischierebbe di creare un precedente assai utile anche ai bondholders di un altro gigante in via di fallimento, ossia General Motors.
I tre fondi dell’Indiana hanno contestato inoltre l’utilizzo, da parte dello Stato, dei fondi del Tarp (Troubled asset relief program, ossia il piano di riacquisto di assets americani da parte di Washington per sostenere il mercato) per salvare Chrysler.
E' evidente come un eventuale stop definitivo all'accordo, per causa di un investimento così relativamente contenuto, avrebbe rischiato di compromettere l’intero piano di salvataggio dell’industria statunitense dell’auto.
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