Nel marzo del 2009 le vendite di General Motors sono scese del 45% rischiando di portare alla bancarotta il gigante malato di Detroit. Il colosso dell’automobile fondato nel 1908, la casa delle Chevrolet e delle Cadillac, della Opel e dello Hummer non è mai stata così vicina al fallimento come nelle ultime settimane. Incassati già 15,4 miliardi di dollari da Washington, la società ha annunciato di avere bisogno di aiuti federali per circa 30 miliardi di dollari per allontanare lo spettro della bancarotta (gli ultimi messaggi chiedono 11,6 miliardi di dollari in più).
Così, mentre la politica Usa continua a dividersi sulle sorti di uno dei simboli più importanti degli Stati Uniti, il 27 aprile 2009 General Motors annuncia un durissimo piano di ristrutturazione. La strategia messa a punto dal nuovo amministratore delegato Frederick Henderson (Barack Obama ha chiesto la sostituzione dell’ex amministratore delegato Rick Wagoner in cambio del proprio aiuto a GM) prevede il taglio di 21 mila posti di lavoro entro il 2010 (il gruppo ha oltre 244 mila dipendenti in 140 paesi), la chiusura di 13 impianti di produzione entro lo stesso anno, la cancellazione dello storico marchio Pontiac e la cessione del 40% della rete commerciale.
A questi provvedimenti si aggiungono quelli già pianificati sulla cessione di Hummer (celebre casa del Suv), del marchio Saturn che passerà ai concessionari e infine della tedesca Opel per la quale sono in trattative sia la canadese Magna che l’italiana Fiat. Il primo trimestre 2009 del gruppo General Motors si chiude con una perdita da 6 miliardi di dollari che spaventa tutti e ricavi a 22,4 miliardi di dollari praticamente dimezzati rispetto al primo quarto del 2008.
La scommessa più difficile di Henderson è però quella fatta con i creditori e le istituzioni finanziarie: una scommessa che, a pochi giorni dalla scadenza del primo giugno 2009 imposta dal governo, sembra fallita. Ai creditori del gruppo che hanno comprato obbligazioni GM per circa 27 miliardi di dollari Henderson ha, infatti, chiesto di convertire questi bond in azioni di General Motors in ragione di 225 titoli per ogni 1000 dollari di obbligazioni acquistate. La proposta, che impone condizioni necessarie al salvataggio della compagnia, è apparsa però a molti osservatori e obbligazionisti economicamente indecente, in quanto chiedeva di barattare delle obbligazioni con capitale di rischio, senza garanzie particolari e per un corrispettivo che è pari a poco più di un terzo del capitale investito.
Per avere successo questa offerta avrebbe dovuto raggiungere quote di adesione del 90 per cento ma, nel mezzo delle trattative tedesche sulla vendita di Opel, i bondholders hanno negato il proprio appoggio all’operazione e dunque la soglia minima del 90% non è stata raggiunta aumentando così le probabilità di fallimento del gruppo.
Entro il primo giugno, Barack Obama dovrebbe decidere su nuovi e necessari finanziamenti pubblici.

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