Fino a qualche anno fa le vetture FIAT in Usa erano considerate inadeguate e poco affidabili.Oggi, però, proprio la maggiore efficienza dei motori del Lingotto e la rete distributiva europea, potrebbero essere la chiave della salvezza di buona parte dell’industria automobilistica statunitense. Il collasso dei giganti di Detroit, abituati a sfornare auto di grossa cilindrata a bassa efficienza energetica ha, infatti, capovolto i ruoli e così la Chrysler si è trovata costretta a bussare alle porte della Fiat per chiedere un salvataggio. Sull’operazione vigila da vicino Washington che ha già fortemente appoggiato le nozze con Chrysler.
Qualche cifra consente sicuramente di capire meglio le dimensioni di questo nuovo rivoluzionario scenario. Con ricavi da 59,38 miliardi di euro e un utile netto limato a 1,6 miliardi di euro a fine 2008 la Fiat rappresenta la maggiore casa automobilistica italiana e una delle maggiori del mondo. Alla fine dello scorso anno il gruppo italiano conta quasi 200 mila dipendenti (di cui 82 mila in Italia) e 203 stabilimenti produttivi in giro per il mondo (nel Bel Paese sono 70). Nel 2008 il gruppo ha prodotto circa 2,2 milioni di vetture, ma, a detta dello stesso Sergio Marchionne, perché un gruppo abbia un futuro deve raggiungere oggi i 5,5 milioni di vetture prodotte e questo costringe il Lingotto a cercare nuove compagnie da acquisire nell’ottica di un rapido incremento dei volumi.
La Chrysler ha prodotto nel 2008 circa 1,1 milioni di vetture e ne ha venduti 2 milioni. Il gruppo statunitense attualmente impiega circa 55 mila persone, ha 25 impianti tra assemblaggio e motoristica e ricavi da 36,6 miliardi di euro (perdite operative da 1,7 miliardi di euro). A marzo il gruppo ha registrato però una contrazione dei volumi di vendita del 39% (-51% le auto e -34% i truck). Si tratta dell’ultimo disastroso dato dopo il crollo del mercato dell’auto nella seconda metà del 2008.
Nel caso di Chrysler però diversi fattori specifici aggravano la situazione. Innanzitutto c’è il forte indebitamento che è in gran parte riconducibile all’operazione con cui il fondo Cerberus, che attualmente è il maggiore azionista singolo del gruppo, ha conquistato la casa automobilistica. Secondo quanto dichiarato al Times da John Gabbert, amministratore delegato di PitchBook (una casa di analisi del mondo del private equity), Cerberus avrebbe infatti effettuato una scalata a debito che alla fine avrebbe riversato 20 miliardi di dollari di esposizioni sulla stessa Chrysler compromettendone la solidità patrimoniale.
Dietro l’ingresso di Cerberus c’è però anche il fallimento dell’alleanza industriale di Chrysler con la tedesca Daimler (la casa della Mercedes) che di fatto ha deciso di cedere tutte le sue partecipazioni nella società e di affrontare la crisi in corso da sola. La eccessiva specializzazione nel segmento dei veicoli di grossa stazza (fattore che ha anche danneggiato l’alleanza con Daimler focalizzata sullo stesso segmento di mercato) e la scarsa presenza di Chrysler nei mercati internazionali e in particolare in quello europeo si sono comunque dimostrati come dei limiti insormontabili alla crescita del gruppo. Proprio queste ultime due caratteristiche rendono però particolarmente appetibile un’alleanza con Fiat.
Da tempo la casa torinese cerca di entrare nel mercato degli Stati Uniti e già negli anni '80, quanto alla guida del gruppo c'era Cesare Romiti, sarebbe stato studiato un approccio alla casa concretizzatosi poi solo in un accordo di distribuzione delle Alfa Romeo.
Un altro obiettivo del Lingotto oggi è quello di estendere i prodotti dai piccoli e medi veicoli a quelli di tonnellaggio maggiore. La partnership fra le due case appare dunque (almeno sulla carta) industrialmente appetibile, sebbene necessiti di una forte liquidità che permetta ai due gruppi di promuovere una fusione tanto importante in un periodo di crisi globale. In quest’ottica gli Stati Uniti hanno già prestato a Chrysler 4 miliardi di dollari e il Canada un altro miliardo. A breve Washington ha già promesso di staccare un altro assegno da 6,5 miliardi se l'accordo andrà in porto. Fiat ha infatti dettato una condizione al suo ingresso capitale del gruppo Usa: la casa italiana non verserà un quattrino, ma metterà a disposizione asset fra i 6 e gli 8 miliardi di euro costituiti dai propri brevetti nel settore delle tecnologie motoristiche e dall’accesso alla propria rete di vendita in Europa. Il gruppo Fiat entrerà inizialmente con una quota del 20% che crescerà fino al 35% in base al raggiungimento di determinati risultati.
Il Lingotto avrà poi il diritto di acquisire un ulteriore partecipazione del 16% (portandosi dunque al 51% del capitale e ottenendo il controllo di Chrysler) fra il 2013 e il 2016. Questa opzione non sarà comunque esercitabile fino a che il debito nei confronti del Tesoro Usa non sarà ridotto a meno di 3 miliardi di dollari. In ogni caso Fiat non potrà superare il 49% del capitale di Chrysler fino a che tutto il debito verso il Dipartimento del Tesoro non sarà rimborsato.
Sergio Marchionne ha inoltre chiesto e ottenuto un accordo con i sindacati degli Stati Uniti (Uaw) prima e del Canada dopo (Caw) tramite il quale otterrà una riduzione del costo del lavoro nei due paesi dove i veicoli del gruppo Chrysler sono prodotti: si tratta di un risultato molto importante se si considera che già negli anni '80 l'elevato costo del lavoro negli impianti Chrysler fu visto come un grosso ostacolo a una eventuale conquista. I lavoratori tramite il Veba (Voluntary employee benefit association) in cambio della rinuncia all’adeguamento automatico dello stipendio al costo della vita, di alcuni giorni di ferie nei prossimi due anni e di nuovi limiti al lavoro straordinario (sarà pagato solo sopra le 40 ore settimanali), diventaranno i primi azionisti della Chrysler con il 55% del capitale e otterranno il diritto a eleggere un membro del consiglio di amministrazione. La loro quota sarà comunque amministrata dal Tesoro degli Stati Uniti.
In cambio delle quote in Chrysler il gruppo Fiat fornirà la propria tecnologia e le proprie licenze permettendo a Chrysler di utilizzare tutte le sue piattaforme automobilistiche e il proprio know how industriale. Si tratta di tecnologie che riguardano veicoli a basso consumo, motori, trasmissioni e componenti prodotti da Fiat e che ora saranno realizzati anche negli stabilimenti Chrysler. Le due case metteranno inoltre in comune le proprie reti commerciali e industriali, oltre ai propri fornitori globali. In questo modo entrambe avranno accesso a nuovi mercati e a nuovi prodotti integrandosi pienamente.

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