Il caso Porsche-Volkswagen è forse il più avvincente scontro e allo stesso tempo la più grande impresa finanziaria che la Germania abbia visto negli ultimi tempi. La scalata sul filo del rasoio da parte di Porsche ha chiamato in causa l’Unione Europea prima e in seguito la stessa Volkswagen, preda forse troppo grande per la più piccola casa della 911. Già nell’ottobre del 2007 la Corte di Giustizia europea aveva dovuto condannare la cosiddetta legge Volkswagen che, dagli anni ’60, permetteva allo stato della Bassa Sassonia, titolare di circa il 20% del capitale della più grande casa automobilistica d’Europa, di esercitare in pratica una sorta di dominio assoluto sul gruppo grazie a una sorta di golden share.
La sentenza della Corte Ue bocciò però i privilegi di questo Stato della Federazione tedesca e diede il via libera alla scalata di Porsche sul gruppo. La scalata, però, complice la storica crisi dell’auto e le stesse dimensioni di Porsche, si è di fatto conclusa con un’empasse che tuttora mette in dubbio la coerenza dell’azionariato di Volkswagen. Dopo aver raggiunto il 51% circa del capitale la Porsche ha dovuto rinunciare a ulteriori acquisti per aver accumulato un debito che finora è stato stimato sui 10 miliardi di euro, ma che si teme possa addirittura raggiungere i 14 miliardi.
La Volkswagen è dovuta correre in salvataggio della casa madre promuovendo un’operazione di ingresso nel suo capitale. Secondo indiscrezioni non ancora né confermate né smentite, la Volkswagen avrebbe programmato di mettere sul mercato titoli propri per 4 miliardi di euro al fine di promuovere l’acquisizione della stessa Porsche che potrebbe prevedere un primo ingresso con il 49% del capitale e una seconda acquisizione entro un paio d’anni della quota rimanente.
In pratica i ruoli si invertono, ma il controllo dei due colossi delle quattro ruote dovrebbe rimanere nelle mani dei discendenti di Ferdinand Porsche, colui che fondò la casa omonima nel 1930 e che progettò per Hitler il celebre Maggiolino, da cui poi sarebbe nata la stessa Volkswagen (che significa appunto “Auto del popolo). La Porsche è infatti divisa fra la terza e la quarta generazione derivante da questo gigante delle quattro ruote in bianco e nero: si tratta di oltre 60 famiglie che costituiscono l’azionariato di Porsche.
Due soltanto però sono i discendenti che davvero tengono le redini del colosso, i due cugini Ferdinand Piech e Wolfgang Porsche. Al termine delle manovre che hanno sancito soltanto il 23 luglio un accordo per la nascita della nuova Volkswagen-Porsche la famiglia Piech-Porsche dovrebbe avere il 51% del capitale di VW e quindi il suo controllo. Il resto dell’”Auto del Popolo” dovrebbe spettare per un 20% allo stato della Bassa Sassonia e per il 17% al fondo sovrano del Qatar che è stato già accolto come azionista, altre quote potrebbe spettare a IG Metall, importante sindacato operaio della Germania.
Soltanto dopo diversi mesi di trattative e scontri spesso sotterranei si è potuto trovare un accordo tra la stessa Volkswagen e Porsche. A farne le spese paradossalmente è stato proprio Wendelin Wiedeking, ex amministratore delegato di Porsche che ha avuto il merito di essere fra i maggiori promotori della scalata su Volkswagen e allo stesso il demerito di aver portato quasi al fallimento la stessa Porsche in questa impresa. Circa 50 milioni di euro di liquidazione, in gran parte dati in beneficenza, forse lo ricompenseranno di questo addio. Il suo sostenitore Wolfgang Porsche voleva una liquidazione da 150 milioni, ma questo periodo di crisi e l'avversione di altri azionisti e amministratori a una simile ipotesi hanno bocciato l'ipotesi di una buonuscita di queste dimensioni.
Di certo i problemi del nuovo colosso dell’auto europea rimangono in una compagine azionaria divisa tra i membri spesso in disaccordo delle famiglie Piech e Porsche, il neoazionista finanziario del Qatar, lo Stato della Bassa Sassonia e infine i sindacati. Se tanti punti vista sapranno amalgamarsi in un’unica visione necessaria al rilancio del gruppo è però ancora presto per dirlo.
clicca qui per scoprire le offerte di lavoro delle aziende che hanno partecipato al Job Finance Day!
Borsa Italiana non ha responsabilità per il contenuto del sito a cui sta per accedere e non ha responsabilità per le informazioni contenute.
Accedendo a questo link, Borsa Italiana non intende sollecitare acquisti o offerte in alcun paese da parte di nessuno.
Sarai automaticamente diretto al link in cinque secondi.