Fiat: nuove Alleanze e rischio De-localizzazione


Il no cortese, ma deciso della Fiat ad interventi del Governo nelle amplie manovre di espansione del gruppo all’estero, rischia di diventare un preavviso di inattesi ridimensionamenti dell’azienda in Italia. Gli incentivi nazionali all'industria delle quattro ruote potrebbero insomma non bastare a scongiurare dolorosi tagli occupazionali.

fiat nuove alleanzeAncora l’8 luglio 2009, mentre i rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori incontrano il management del gruppo torinese alla presenza del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola per un tavolo tecnico di mediazione fra le parti sociali a confronto, in tutta Italia diversi scioperi dei metalmeccanici indicano chiaramente un avanzato moto di protesta contro le decisioni del Lingotto in merito all’operatività degli impianti di Termini Imerese, Imola, Pomigliano d’Arco e di altre realtà produttive. Ricerca, componentistica e indotto i temi dei prossimi tavoli tecnici, due dei quali son già stati annunicati dal ministro Scajola entro luglio.

I tagli al personale, in un contesto europeo in cui è prevista una riduzione media della produttività degli impianti al 65 per cento, sono forse inevitabili, sebbene vadano in direzione opposta a quell’aumento della capacità produttiva a oltre 6 milioni di veicoli l’anno tanto ostinatamente inseguita dallo stesso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat.

I picchetti a Roma, a Termini Imerese, a Imola si aggiungono alle proteste in tutte le zone interessate dal comparto metalmeccanico che a sua volta coinvolge anche l’indotto della casa torinese moltiplicando i dissensi in tutta la Penisola. Se si considera l’indotto, che in media in Europa aggiunge 4 lavoratori per ogni lavoratore diretto dell’industria dell’auto (ma che in Italia registra forti discontinuità tra distretto e distretto), e se si considera che Fiat impiegava direttamente al 31 marzo scorso 189.785 persone (8.563 in meno di quante ne impiegasse a fine 2008) si comprende l’estensione del problema occupazionale del comparto auto.

Un problema che investe trasversalmente tutto il settore delle quattro ruote: in primis perché la Fiat sta ritardando i pagamenti ai propri fornitori incidendo sui margini e in certi casi persino sulla continuità aziendale di molte società collegate,  poi  perché nel settore automobilistico italiano operano anche società della componentistica di livello globale. Nel dettaglio oltre 2.300 fabbriche dell’indotto sono in crisi, di cui mille in Piemonte. Un esempio tra i tanti è quello della Oerlikon Graziano Trasmissioni, che prevede dalla fine di ottobre la cassa integrazione straordinaria per 1.700 lavoratori. Se invece si guarda ai mercati globali spesso le conseguenze vengono anche da fuori. Per esempio Lear, il secondo produttore mondiale di sedili e componenti per auto ha chiesto ieri al tribunale di New York di ricorrere al Chapter 11, ossia alle normative che regolano la bancarotta negli Stati Uniti. Lear ha debiti per oltre quattro miliardi e mezzo di dollari e in Italia controlla diversi impianti e attività.

Contemporaneamente alle difficili manovre del Lingotto in periodo di crisi, si registrano però anche nuove aperture verso l’estero. Il recente meeting Italia-Cina ha registrato forti alleanze fra la casa torinese e diverse società del Far East. In particolare è da sottolineare l’accordo da 400 milioni di euro siglato con Gac (Guangzhou Automotive Company) per la produzione di almeno 140 mila vetture e 220 mila motori a partire dal 2011 sul suolo cinese. Si tratta di mettere in piedi un impianto di 700 mila metri quadri con un investimento di oltre 400 milioni di euro. Il Lingotto ha però siglato sette altri accordi di rilievo per oltre 220 milioni di dollari. In particolare Fiat Powertrain Technologies ha avviato delle partnership con Chongqing Hengtong Coach, con Saic Fiat Powertrain Hongyan, con Anhui Jianghuai Automobile.

Fiat Group ha raggiunto un’intesa per la commercializzazione di vetture Fiat in Cina insieme a China Auto Caic. Cnh Italia ha poi raggiunto un accordo per l’esportazione di macchine agricole in Cina con la Harbin New Holland Tractors. Le cifre in gioco sono imponenti e le nuove alleanze si avvantaggiano in qualche caso di diversi incentivi dello Stato Cinese alle imprese in loco.

Il timore è che anche la Fiat prosegua sulla via della delocalizzazione lasciando indietro alcuni stabilimenti produttivi italiani. Se si considera che l'impianto di Termini Imerese, uno fra gli impianti più a rischio in Italia, secondo stime del Financial Times copre il 10% della produzione italiana di Fiat, si comprende chiaramente che il dubbio di un abbandono della Penisola sia legittimo. Se si calcola poi che il comparto auto copre circa il 7% del Pil italiano, si capisce quali possano essere i nefasti effetti di un disimpegno produttivo del Lingotto. I finanziamenti europei da 400 milioni di euro giunti dalla Bei e le proposte di nuovi finanziamenti ricevute dagli enti locali e dal Governo italiano per scongiurare una riduzione della produzione in Italia si scontrano in un certo senso con le meraviglie della globalizzazione, della manodopera a basso costo e dei mercati emergenti. Poco tempo fa lo stesso Sergio Marchionne, l’amministratore delegato del gruppo, ha dichiarato: “Fiat fa parte di questo Paese, è un pezzo importante della sua storia e vogliamo che resti un pezzo importante del suo futuro”. 

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Ultimo aggiornamento:  9 Luglio 2009 - 15:23
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