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Sotto la Lente

Janet Yellen: un bilancio dei 4 anni alla guida della Fed

16 Apr 2018 - 12:51
Il 5 febbraio 2018 Jerome H. Powell ha prestato giuramento quale nuovo presidente della Federal Reserve, succedendo a Janet L. Yellen, prima donna nella storia a ricoprire l'incarico. Powell era stato nominato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 2 novembre 2017: per la prima volta in 40 anni (dai tempi di G. William Miller) un presidente Fed non è stato proposto per un secondo mandato.

La decisione di Trump ha destato molte perplessità dato che nei quattro anni di presidenza Yellen le performance dell'economia USA sono state positive, in particolare per quanto riguarda gli obiettivi istituzionali della banca centrale americana, ovvero la massima occupazione, la stabilità dei prezzi e la moderazione dei tassi a lungo termine. Soprattutto il primo obiettivo è stato perseguito con successo durante il mandato della Yellen: il tasso di disoccupazione nel febbraio 2014, mese di insediamento, era pari al 6,6% mentre nel febbraio 2018 si attestava al 4,1%, il livello più basso dal dicembre 2000 e il minimo registrato al termine del mandato di un presidente Fed dal 1970.

Anche per quanto riguarda la stabilità dei prezzi i risultati ottenuti dalla Yellen appaiono positivi. Durante il suo mandato il tasso di inflazione è oscillato tra l'1,6 e il 2,3 per cento, perfettamente in linea con l'obiettivo di lungo termine pari al 2% fissato dal FOMC, il Federal Open Market Committee, ovvero il comitato ristretto della Fed deputato a prendere le decisioni di politica monetaria. Infine, i rendimenti a 10 anni sui titoli di stato USA, sempre nello stesso periodo si sono mossi tra l'1,30 e il 3,00 per cento circa, sui livelli più bassi di sempre.

Questi risultati sono diretta conseguenza dell'atteggiamento decisamente accomodante (dovish) adottato dalla Yellen sin da prima della sua nomina a presidente della Fed. L'economista ha infatti appoggiato (da presidente della Fed di San Francisco e successivamente dalla sua poltrona di vicepresidente Fed) il Quantitative Easing, il programma di acquisti di titoli di Stato e obbligazioni garantite da mutui, varato dal suo predecessore Ben Bernanke per sostenere l'economia e il sistema finanziario USA dopo la crisi del 2007-2008. Una volta a capo della banca centrale americana la Yellen ha insistito, tra le critiche, con il QE e deciso l'avvio della smobilizzazione dell'ingente portafoglio titoli accumulato con gli acquisti (circa 4mila miliardi di dollari) solo nel settembre 2017, ovvero dopo aver raggiunto e consolidato l'obiettivo di lungo termine del tasso di disoccupazione (4,4% ad agosto contro il target dell'4,8% fissato nell'aggiornamento di inizio 2017 degli obiettivi di lungo termine del FOMC).

Quindi, solo luci e nessuna ombra nell'operato di Janet Yellen? Non esattamente, dato che anche gli analisti più positivi sul suo mandato evidenziano alcune possibili future criticità: tra queste, la maggiore (forse eccessiva) attenzione all'occupazione rispetto all'inflazione. Il prolungato atteggiamento espansivo della politica monetaria della Fed targata Yellen ha favorito il crollo del tasso di disoccupazione, senza pagare il dazio del surriscaldamento dei prezzi al consumo: questo per il momento, ma in futuro l'ingente liquidità riversata nel sistema potrebbe presentare il conto. Il tema della liquidità agisce da volano anche per l'altro punto critico della gestione Yellen, ovvero il rischio bolla sul mercato azionario. L'indice S&P 500 ha toccato a fine gennaio 2018 il massimo storico, realizzando un progresso del 65% circa da febbraio 2014: molti si interrogano su quanto la corsa dell'azionario USA rifletta i fondamentali e quanto invece sia dovuta all'eccesso di liquidità in circolazione.


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