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Sotto la Lente

Tax inversion

02 Feb 2015 - 09:17

Tax inversion: la battaglia di Washington contro la fuga della Corporate Usa

 

La questione della residenza fiscale di un’azienda, la “territorialità” dei suoi ricavi e profitti non è nuova, negli ultimi anni ha ottenuto maggiore visibilità.
Se le autorità Ue hanno da tempo messo nel mirino i domicili fiscali delle multinazionali, accusate di non versare il dovuto grazie alla residenza in Stati più o meno clementi nell’imposizione, in Usa il tema è stato soprattutto focalizzato sull’uso dell’M&A per trasferire la sede di un’azienda fuori dai confini patri e sottrarsi da quella che, secondo l’Ocse, al 35% (39,1% se si considerano anche le imposte locali) è la più elevata corporate income tax al mondo.

La tax inversion è strumento legittimo e difeso da molti anche a Washington e non è certo esclusiva della Corporate Usa (basti pensare a casi italiani come Lottomatica o Fiat), ma le dimensioni del fenomeno successivamente alla crisi finanziaria hanno spinto l’amministrazione del presidente Barack Obama all’azione.
Nell’ultimo decennio, secondo le analisi di Bloomberg, sono state 45 le aziende Usa ad aver “perso” la cittadinanza (e si tratta di big del calibro di Delphi Automotive).
Tra 2013 e 2014 le operazioni di questo genere sono state una quindicina, di cui una dozzina, per un valore complessivo di 100 miliardi di dollari, solo nel primo semestre dell’anno scorso. Così, in settembre, lo U.S. Department of Treasury è corso ai ripari.
A spaventare, probabilmente, è stato il takeover, fallito per la resistenza della preda, da parte di Pfizer, primo gruppo farmaceutico al mondo, che puntava sulla Gran Bretagna con l’acquisizione da oltre 100 miliardi di dollari di AstraZeneca.

Il punto nodale è che gli Usa, a differenza di gran parte delle economie sviluppate, adottano un sistema fiscale ibrido, solo in parte territoriale. Gli utili generati all’estero, e quindi già tassati all’estero, sono soggetti a imposte anche in patria (seppure siano previste deduzioni).
Tassazione, però, che viene applicata solo una volta che i capitali vengono rimpatriati.
E per questo, come nota il Center for Budget and Policy Priorities, la Corporate Usa mantiene all’estero una cassa di 2.000 miliardi di dollari.
Riserve che per lo più si preferisce utilizzare in acquisizioni estero su estero che possono anche trasformarsi in tax inversion.

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L’intervento del settembre 2014 in realtà però non fa che altro che imporre paletti a un’architettura normativa già esistente e risalente al 2004 (in quell’occasione la spinta per i legislatori fu il trasferimento della sede fiscale di Lazard dal Delaware alle Bermuda).
In particolare, sono stati introdotti meccanismi per assicurarsi che il limite dell’80% detenuto dall’originaria azienda Usa nel capitale della società post-fusione non sia aggirato attraverso il gonfiaggio degli asset passivi della preda.
Un’altra misura riguarda l’accesso agli utili della filiale estera attraverso l’uso creativo di quelli che vengono definiti hopscotch.
In pratica, se la controllata estera tenta di rimpatriare utili attraverso l’erogazione di prestiti o l’acquisito di titoli della capogruppo Usa, questi investimenti vengono considerati come dividendi tassabili.
La contromossa consisteva nell’effettuare tali operazioni non a vantaggio della capogruppo Usa ma nei confronti di una neonata holding con base estera.
Con le modifiche normative del settembre 2014 i prestiti hopscotch vengono comunque considerati come realizzati direttamente in Usa e quindi tassabili.

Dall’annuncio delle nuove normative dello U.S. Treasury alcuni deal sono stati annullati, altri probabilmente lo saranno in futuro.
Tra questi il più rilevante è stato il tentato takeover da 55 miliardi di dollari da parte di AbbVie dell’irlandese, ma quotata a Londra, Shire (che avrebbe garantito alla pharma Usa di abbattere l’imponibile dal 22 al 13% trasferendo in Gran Bretagna il domicilio fiscale).
Nel comunicato ufficiale AbbVie ha lamentato la reinterpretazione di principi fiscali da parte del Tesoro Usa, “specificamente per distruggere i benefici finanziari di questo genere di transazioni”.
Per AbbVie le modifiche volute da Washington introducono “inaccettabili livelli di rischio” e mostrano l’intenzione di voler continuare a rivedere tali principi per influenzare ulteriormente le operazioni transfrontaliere.
Come AbbVie, Auxilium, altro gruppo farmaceutico, a poche settimane dall’intervento di Washington ha annullato la fusione con la biotech canadese Qlt.
E ha dichiarato che “se alle aziende Usa verrà impedito di liberarsi dell’oneroso sistema fiscale americano, finiranno per diventare - anche volontariamente - obiettivi primari di takeover da parte di gruppi stranieri”.
Mettendo a rischio, si legge nel comunicato di Auxilium, non residenze fiscali, ma posti di lavoro.
E pochi giorni dopo la britannica Endo ha annunciato l’acquisizione della stessa Auxilium.
Non tutte le operazioni saltano, però. Il 16 dicembre 2014, infatti, si è finalizzata la fusione del colosso dei fast-food Burger King con la canadese Tim Hortons nella neonata Restaurant Brands International, ancora quotata a Wall Street, ma con sede nell’Ontario.
Secondo l’associazione Americans for Tax Fairness, questo permetterà a Burger King di risparmiare 275 milioni di dollari nel triennio al 2018.

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