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Sotto la Lente

Il caso Samsung Note 7

05 Nov 2016 - 11:18

"In merito alle raccomandazioni emanate dall’autorità aeronautica europea EASA e dell’autorità statunitense FAA sui rischi di incendio del Samsung Galaxy Note 7 segnalati dal costruttore, Alitalia invita i propri passeggeri a non imbarcare questo dispositivo in stiva, a tenerlo sempre spento e a non caricare la batteria durante la permanenza a bordo dell’aereo".

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Il nuovo smartphone della casa sudcoreana scompariva così anche dalle cabine della ex compagnia di bandiera italiana nell’ottobre 2016. Si trattava di uno dei tanti provvedimenti collegati al caso clamoroso del cellulare le cui batterie rischiavano di prendere fuoco (e in diversi casi lo hanno fatto). Il più rilevante è stato senza dubbio quello dell’11 ottobre, quando Samsung ha annunciato l’interruzione della produzione del Galaxy Note 7, un prodotto che doveva essere un po’ l’ammiraglia della casa e si è trasformato in un incredibile boomerang.

In una nota di inizio settembre diffusa nel Regno Unito (si certificavano fra l’altro già 35 casi di cellulari) l’esplosione o l’incendio del dispositivo erano attribuiti a un surriscaldamento della batteria derivante dal contatto di anodo e catodo avvenuto a seguito di un rarissimo errore nel processo di produzione.

Qui occorre fare un passo indietro: anodo e catodo sono i due poli di ogni batteria (+ e – rispettivamente) fra i due, dentro la batteria, si interpone un liquido di elettrolito. Nelle batterie agli ioni di litio, ossia quelle dei Galaxy Note 7 e di moltissimi altri dispositivi elettronici in commercio, il liquido contiene in genere appunto ioni di litio in una soluzione organica. Anodo e catodo non si dovrebbero insomma mai toccare perché è interposto il liquido, ma qualcosa nel Galaxy Note 7 evidentemente è andata storta.

Un difetto che ha portato il 14 ottobre la Samsung Electronics ad annunciare un impatto miliardario sui propri conti del 2016 a seguito dello stop alle vendite di Galaxy Note 7. La nota del gruppo di quel giorno evidenziava che per il quarto trimestre l'impatto sull'utile operativo era valutato in circa 2.500 miliardi di won (circa 2 miliardi di euro) e per il primo trimestre 2017 in 1.000 miliardi di won (801 milioni di euro). L'impatto complessivo valutato per i due trimestri era dunque di almeno 2,8 miliardi di euro a livello di utile operativo, ma chiaramente il tempo fornirà indicazioni più precise.

I dati del terzo trimestre pubblicati il 27 ottobre hanno confermato un calo dell’utile operativo da 7.390 miliardi a 5.200 miliardi di won (ossia da 5,9 a 4,15 miliardi di euro). Il calo dell’utile netto da 5.460 a 4.540 miliardi di won (da 4,35 a 3,62 miliardi di euro) era in gran parte attribuito proprio alla contrazione della divisione specializzata nei telefonini e al caso del Galaxy Note 7, sebbene le vendite di altri modelli di smartphone mostrassero buone performance e le altre divisioni fossero in crescita.

In termini di vendite nel trimestre, dei 47.820 miliardi di won (-7%) di Samsung Electronics, ben 22.540 miliardi (-15%) venivano dalla divisione IT & Mobile Communications e al suo interno 22.090 miliardi (-15%) venivano dal mobile. L’utile operativo da 5.200 miliardi era coperto per soli 100 miliardi di won dalla divisione IM che da sola quindi mostrava un calo in valore assoluto di 2.300 miliardi rispetto al corrispondente dato del terzo trimestre del 2015.

Secondo un calcolo generico di Reuters basato su una semplice moltiplicazione del costo dei telefonini, il richiamo di 2,5 milioni di Galaxy Note 7 (costo stimato sui 6,2 miliardi di dollari) potrebbe significare minori vendite per quasi 17 miliardi di dollari. Era infatti attesa la vendita di circa 19 milioni di telefoni Note 7 a un prezzo di 883 dollari l’uno. Il tutto senza tenere conto del possibile impatto legale di richieste di risarcimento e simili.

L’allarme sui conti di Samsung è diventato poi un caso nazionale per l’intera Corea del Sud con il timore che un buco nei conti del gigante di Seoul si ripercuotesse sull’intera economia nazionale. Nel 2015 infatti il Pil del Paese è stato di circa 1.377 miliardi di dollari, i ricavi di Samsung nello stesso anno erano di oltre 177 miliardi di dollari, ossia quasi il 13% del totale. La percentuale dell’export di telefonini Samsung sul totale delle esportazioni sudcoreane ammontava a circa il 2 per cento. Un vice del ministro dell’economia della Corea del Sud ha confermato gli obiettivi economici del governo per la fine dell’anno, ma ha ammesso che il caso di Samsung (e quello contemporaneo della crisi di grosse compagnie di navigazione nazionali) pongono delle incertezze.

Soprattutto ne viene scosso il mercato globale dello smartphone dominato dalla Samsung. Secondo IDC, nel secondo trimestre del 2016 da sola Samsung controllava il 22,8% delle vendite globali di telefonini, ossia più di uno smartphone su cinque venduti nel mondo era Samsung. La seconda venditrice di cellulari del mondo era Apple, ma solo con l’11,7% di quota di mercato, seguita da Huawei (9,3%). Un terremoto, insomma, che potrebbe ridisegnare l’industria e chiama in causa anche il modello delle "Chaebols", le conglomerate che dominano l’economia sudcoreana.

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