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Sotto la Lente

Banche e Petrolio

19 Mag 2016 - 15:14

l’impatto del petrolio a basso costo sui bilanci del credito mondiale



Il crollo dei prezzi del petrolio che dalla fine del 2014 al febbraio del 2016 hanno compresso le quotazioni del WTI "americano" da 110 a 31,5 dollari al barile ha avuto un pesante impatto anche sui bilanci delle banche statunitensi (e non solo) che hanno dovuto registrare pesanti svalutazioni sulle proprie esposizioni al comparto.

Nel quarto trimestre del 2015 Bank of America segnalava di avere dovuto aumentare di 264 milioni di dollari gli accantonamenti contro perdite sui crediti soprattutto per via dell’esposizione al comparto dell’energia. Un trend che è continuato nel primo trimestre del 2016, quando gli accantonamenti complessivi si sono portati a quota 997 milioni (+30% circa) ancora una volta a causa soprattutto del settore energetico. In particolare la banca segnalava che le esposizioni al comparto erano scese in un anno di 300 milioni di dollari, ma si attestavano ancora a ben 21,8 miliardi di dollari. Nel periodo il gruppo aveva tagliato 600 milioni di dollari di esposizioni ai sub-settori di Ricerca ed Esplorazione e di servizi a giacimenti petroliferi. Le "Energy reserve" erano invece cresciute in tre mesi di un miliardo, soprattutto per via delle maggiori coperture richieste dal maggior rischio di queste due attività.

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Lo stesso fenomeno emerge dai bilanci del colosso Citigroup che nel primo trimestre, anche se con una dinamica leggermente migliore. Il gruppo ha infatti compresso gli accantonamenti per perdite su crediti da 14,6 a 12,7 miliardi di dollari (il 2,07% degli impieghi). Le sofferenze della banca USA sono però cresciute del 97% in un anno (del 46% trimestre su trimestre) portandosi a 2,3 miliardi di dollari per lo più proprio a causa dei finanziamenti nel settore dell’energia (leggasi greggio) concessi ai clienti istituzionali del gruppo. Questa divisione ha registrato accantonamenti per perdite su crediti connessi al comparto petrolifero nel primo trimestre del 2016 pari al 4,2% del totale delle esposizioni.

Una storia simile viene raccontata anche dalla relazione sul primo trimestre di Wells Fargo, una delle maggiori banche degli Stati Uniti e del mondo. Il gruppo segnala infatti a più riprese il persistente deterioramento del portafoglio di attività collegate al settore petrolifero e nei primi tre mesi del 2016 registra un incremento di 200 milioni di dollari nelle riserve poste a presidio dei rischi contro le perdite sui crediti. La causa? Proprio la debolezza del settore oil & gas. D’altronde soltanto nel primo trimestre Wells Fargo ha accumulato perdite su crediti per 886 milioni di dollari (erano stati 831 milioni nel trimestre precedente) e le attribuisce ancora una volta al settore del petrolio e del gas. Il gruppo finanziario di San Francisco registra anche una drammatica crescita delle sofferenze da 852 milioni a 12,2 miliardi di dollari "guidata da un incremento di 1,1 miliardi di dollari nei portafogli del petrolio e del gas".

Nel febbraio del 2016 Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan Chase, ha annunciato nuovi accantonamenti per 500 milioni di dollari per bilanciare le possibili perdite sugli investimenti petroliferi. Gli accantonamenti erano cresciuti di 185 milioni di dollari nel quarto trimestre 2015 e di questi ben 124 milioni erano collegati all’"oro nero". In quel periodo i dati riportati da MarketWatch indicavano per la banca newyorkese un’esposizione al settore oil&gas di ben 44 miliardi di dollari con investimenti in tutta la filiera. Ad aprile la relazione sull’andamento del primo trimestre di JP Morgan confermava un incremento degli accantonamenti per le perdite sui crediti da 959 milioni a 1,8 miliardi di dollari nel giro di tre mesi. Erano cresciute le riserve wholesale di 713 milioni di dollari soprattutto a seguito di un impatto da 529 milioni di dollari dell’oil&gas. Hanno in portafoglio esposizioni miliardarie al mondo del greggio anche colossi come Goldman Sachs e Morgan Stanley (rispettivamente 10,3 miliardi di dollari e 15,3 miliardi di dollari secondo quanto riportato dal Financial Times lo scorso gennaio).

Con i recuperi dei prezzi del greggio partiti nel febbraio del 2016, la situazione potrebbe registrare nel prossimo futuro qualche miglioramento, anche se non stupisce che il crescente legame tra mercati azionari e prezzi del petrolio registratosi nel corso del 2015 sia passato anche per i colossi mondiali della finanza dalle cui risorse spesso dipendono i progetti petroliferi più importanti. Il taglio degli investimenti delle oil company nel medio e lungo periodo avrà senza dubbio altre conseguenze e il legame tra cheap oil e banche ha attirato anche l’attenzione del Fondo Monetario Internazionale e quello di diversi media globali che hanno registrato il peso, questa volta negativo, del barile di petrolio anche sui bilanci dei giganti del credito.

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