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Sotto la Lente

Orso e Toro

01 Set 2016 - 17:36

Perchè si chiamano così



I due animali più famosi delle borse mondiali sono senza dubbio il Toro e l’Orso che rappresentano delle vere e proprie allegorie delle fasi di rialzo e di ribasso dei mercati. Nella scarna mitologia dei mercati si tratta delle due polarità su cui si orientano i flussi di capitali e gli atteggiamenti degli investitori.
L’Orso (“Bear”) rappresenta le fasi di calo dei prezzi e “bearish” sono gli investitori che si posizionano per trarre profitto dai ribassi. Sono “bearish” anche i segnali nei grafici tecnici dei prezzi (ma non solo) che indicano possibilità di ripiegamento.
All’opposto si trova il Toro (“Bull”), che incarna la fase di rialzo dei mercati con il corollario di investitori e segnali “bullish”. In questo caso è diventato un vero e proprio simbolo degli stessi mercati finanziari mondiali il toro di bronzo posto a New York vicino alla Borsa di Wall Street e realizzato dallo scultore siciliano Arturo Di Modica.
Se però si cerca l’origine di questi termini tanto diffusi si sprofonda in una storia plurisecolare con diverse teorie e poche certezze, ai confini del mito.
La prima spiegazione di questi due simboli del mercato - ma forse sarebbe meglio parlare in questo caso di un’associazione d’idee - è spesso individuata nel modo in cui i due animali conducono il proprio attacco: il toro attacca con le corna in un movimento dal basso verso l’alto, come i prezzi che salgono; l’orso invece colpisce con i suoi artigli per mezzo di movimenti dall’alto verso il basso, come le quotazioni di un titolo che scendono.

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Questa spiegazione forse arbitraria – come le convenzioni spesso presupposte dai simboli – in realtà ha un’origine storica che sicuramente si affianca alla nascita di questi due termini per la descrizione delle diverse fasi dei mercati. Si tratta in particolare di spettacoli che oggi definiremmo barbari e che erano in voga al tempo della Regina Elisabetta (1558–1603) nel neonato Regno Unito.
In particolare orsi o tori venivano incatenati al centro di un ring e gli si aizzava contro un branco di cani con i quali erano costretti a combattere, mostrando di conseguenza al pubblico le proprie tecniche di assalto. Si chiamavano “bull-beating” o “bear-beating”
Già allora nel Regno Unito si scommetteva su tutto e questi spettacoli erano attorniati da un pubblico che puntava il proprio denaro sui possibili esiti degli scontri. Secondo alcuni interpreti è da queste sfide che le espressioni sul toro o l’orso passarono al gergo popolare fino a giungere agli odierni broker dei mercati finanziari.
Soltanto un secolo dopo si hanno però delle testimonianze dirette di queste espressioni. Le prime occorrenze dei termini di orso e toro in questi significati risalgono al giornale inglese The Tatler, dove il 7 luglio del 1709, una lettera di tale A.B. riportava una missiva del fratello che lodava la volontà di porre fine ai duelli riportando di un diverbio finito in una scazzottata, ma senza spargimento di sangue, tra due ufficiali inglesi poi riappacificatisi. Nella lettera si faceva ricorso all’espressione “buy the bear” (letteralmente comprare l’orso) e la redazione del giornale spiegava: “Temo che la parola bear difficilmente sarà compresa dal pubblico colto, ma indovino quale sia il significato: chi assicuri un valore reale su una cosa immaginaria, è detto “vendere l’orso” ed è la stessa cosa che una promessa tra cortigiani o una promessa tra innamorati”.
Al riguardo dell’Orso, può essere altrettanto utile ricordare che i venditori di pelli d’orso storicamente compravano le pelli a prezzi dati e quindi guadagnavano quando si registrava un calo del valore delle pelli vendute dai cacciatori, in quanto la differenza tra il loro valore di acquisto e quello di vendita - quello che oggi potremmo definire spread - cresceva e con essa il loro profitto. “Non vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso” è un’espressione anche anglosassone, che deve probabilmente a questo sistema la propria origine.
Il termine Orso in questo senso era utilizzato anche in “The Anatomy of Change Alley”, romanzo di Daniel Defoe del 1719 nel quale si afferma: “Those who buy Exchange Alley Bargains are styled buyers of Bear-skins” (letteralmente “gli acquirenti del mercato di Alley sono una sorta di ‘venditori di pelli d’orso’, ossia speculatori), con il riferimento dunque ancora all’acquisto speculativo nei momenti di ribasso del mercato per l’Exchange Alley, un mercato in un vicolo di Londra dove al tempo si trovava di tutto, dai telescopi alle produzioni degli orafi lombardi.
L’espressione Orso per fare riferimento a un mercato ribassista e quindi potenzialmente speculativo raggiunse però la popolarità con la bolla della South Sea Company, una compagnia fondata nel 1711 che aveva siglato con la Corona inglese un accordo per l’acquisto del debito di guerra britannico (10 milioni di sterline al tempo) in cambio di un interesse annuo ottenuto dallo Stato del 6% e del monopolio del commercio con le colonie spagnole nel Sudamerica. La compagnia prese ad emettere di continuo azioni a prezzi crescenti, di conseguenza quello che definiremmo oggi il rapporto utile per azione cominciò a calare fino al crack che travolse anche gli investimenti dello scienziato Isaac Newton che nel 1720 perse così 20 mila sterline (allora i risparmi di una vita) e lamentò: “Posso calcolare i movimenti delle stelle, ma non la follia degli uomini”.
Aveva vinto di nuovo l’Orso e, nonostante proprio quell’anno fosse varato il “Bubble Act”, contro le speculazioni finanziarie (in pratica si vietavano le società per azioni senza un’approvazione della Corona), non sarebbe stata l’ultima volta.

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