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Sotto la Lente

Commodity financing

17 Nov 2014 - 14:11

La reazione della Banca centrale cinese



Per anni i commercianti di metallo si sono arricchiti in Cina con il commodity financing, ossia il finanziamento degli investimenti in materie prime come rame e ferro tramite le garanzie fornite grazie a tonnellate e tonnellate di commodity di questo tipo parcheggiate nei magazzini dei più grandi porti cinesi. Spesso gli acquisti di materie prime e la loro immediata vendita potevano fruttare anche il 10%, tuttavia il meccanismo ha portato a delle distorsioni quando alcuni trader hanno cominciato a porre lo stesso metallo come garanzia per tanti finanziamenti diversi.

Questa per esempio è l’accusa che viene rivolta al Chen Jihong e alla sua Decheng Mining: si tratta di un commerciante di metalli arrestato con l’accusa di avere posto a garanzia per prestiti da circa 61.87 milioni di dollari ottenuti da HSBC, ABN Amro e Standard Chartered Bank gli stessi stock di materie prime immagazzinate nel porto di Qingdao, il terzo porto commerciale della Cina. Le accuse dovranno essere dimostrate, ma il ginepraio di cause legali avviate dalle banche e da diversi mediatori tra Londra, Hong Kong e Singapore ha generato una serie di verifiche e inchieste che si stanno allargando a macchia d’olio fino a chiamare in causa l’intero sistema del finanziamento delle materie prime e dei metalli in Cina.

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Due ufficiali governativi cinesi hanno dichiarato a metà luglio che le esposizioni delle banche cinesi verso le compagnie, oltre alla Decheng Mining è coinvolta la Dezheng Resources, finite al centro dello scandalo di Qingdao ammonterebbero complessivamente a 20 miliardi di yuan, ossia circa 3,2 miliardi di dollari. Un articolo di agosto sul Financial Times evidenziava che Citigroup e Mercuria, uno dei più grandi commercianti di materie prime del mondo erano alle prese in un tribunale di Londra per un accordo di finanziamento di 270 milioni di dollari correlato proprio alle materie prime del porto di Qingdao e a quelle del porto di Penglai.

Alla fine il timore è che, in un numero imprecisato di casi, grossi quantitativi di metallo siano stati impiegati diverse volte come garanzie per altrettanti finanziamenti. Qualora le banche, come in alcuni di questi casi, richiedessero di escutere le garanzie per i loro prestiti potrebbero dunque trovarsi in fila con altri finanziatori a chiedere gli stessi stock di alluminio o rame finanziati un numero imprecisato di volte. Con le garanzie potrebbero insomma volatilizzarsi i finanziamenti che sono stati anche un propulsore fondamentale del mercato cinese delle materie prime. Per i finanziatori potrebbe essere un disastro, ma gli effetti sui prezzi potrebbero essere rialzisti, perché se i magazzini dei porti cinesi si rivelassero meno “forniti” del previsto il mercato potrebbe reagire a una minore quantità dei metalli disponibili con un rialzo dei prezzi.

Né va trascurato il ruolo tutt’altro che secondario della China Banking Regulatory Commission in questa vicenda. La Commissione cinese che vigila sul mondo finanziario della Repubblica Popolare, oltre ad avere aperto un’inchiesta sul caso di Qingdao, ha infatti con crescente veemenza segnalato la necessità di una maggiore trasparenza nel mondo finanziario cinese. Yan Qingmin, vice presidente della CBRC, ha infatti sottolineato a più riprese la necessità di un evoluzione del sistema bancario cinese con un passaggio da un modello orientato alla quantità a uno orientato alla qualità. Tutto il sistema bancario cinese dovrà in altri termini raffinare i sistemi di controllo del rischio e migliorare la propria gestione anche grazie a una più solida struttura patrimoniale. La mossa di Pechino, con il rallentamento dell’economia cinese in corso e il raffreddamento del mercato immobiliare che ha già avuto dei riflessi nei prezzi del tondino d’acciaio, non giunge peraltro inattesa. Una riforma che potrebbe essere epocale è insomma appena partita da un magazzino di rame nel porto di Qingdao.

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