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Sotto la Lente

Il Blind Trust

06 Mag 2008 - 10:15

Un regime giuridico concepito al fine di evitare determinati conflitti di interesse



L’istituto del blind trust, letteralmente “affidamento fiduciario cieco”, costituisce un regime giuridico tipico di alcuni paesi anglosassoni che è stato concepito al fine di evitare determinati conflitti di interesse che potrebbero nascere dall’affidamento di incarichi politici a soggetti titolari di interessi individuali.

Con questo strumento si prevede, infatti, che un individuo titolare di un determinato patrimonio conferisca lo stesso a una società fiduciaria (trustee) al fine di evitare interferenze fra i propri interessi e le proprie cariche istituzionali. Blind Trust

La costituzione del blind trust prevede che il nuovo amministratore del patrimonio lo governi in maniera del tutto autonoma, operando le scelte che ritiene più opportune e comunicando periodicamente solo dei dati generali sui rendimenti e le attività patrimoniali che ha ricevuto in gestione.

In questa maniera il proprietario del patrimonio fatto confluire nella blind trust (il settlor) viene escluso dalla gestione diretta del proprio patrimonio e non ha consapevolezza della sua amministrazione.

In teoria questo sistema permette al titolare del patrimonio, ossia al settlor, di svolgere i propri incarichi pubblici senza entrare in conflitto con i propri interessi personali.

In passato si è discusso dell’introduzione delle blind trust anche in Italia. Al riguardo però il 2 maggio del 2007 Lamberto Cardia, presidente della Consob, ha rilevato dei profili di incostituzionalità nell’applicazione di questo strumento a determinati patrimoni. Se il trust “cieco” appare compatibile anche in Italia con la gestione di patrimoni mobiliari che per loro natura possono essere modificati e alienati con una certa frequenza, il caso di attività economiche di carattere imprenditoriale, e quindi di vere e proprie industrie, appare assai più problematico.

Blind Trust

La cessione a un trustee del controllo di un’impresa senza che questi debba rispondere direttamente al proprietario delle proprie scelte gestionali rischia, infatti, di violare i principi sanciti dagli articoli 42 (tutela del diritto alla proprietà) e 43 (trasferimento coattivo di imprese) della Costituzione. In altre parole il pericolo è quello di una cessione coatta che nuoccia ai legittimi diritti del proprietario dell’impresa. Questa almeno la posizione espressa dal presidente della Consob durante un’audizione presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.