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Sotto la Lente

Bilanci degli Stati dipendenti dal petrolio

30 Mar 2015 - 13:02

Bilanci degli Stati dipendenti dal petrolio. Gli effetti del crollo dei prezzi

Il prezzo del petrolio è calato del 50% nel corso del 2014: il barile, infatti, è sceso sotto i 50 dollari con conseguenze differenti nei bilanci di molte economie, a seconda che si tratti di Paesi esportatori o importatori di petrolio.
Come per altre materie prime, il prezzo del petrolio è determinato dalla domanda e in gran parte anche dalle aspettative di crescita dell’economia globale.
Un rallentamento della crescita economica si traduce in una minore domanda di materie prime e di conseguenza di petrolio.
Sul calo della domanda di energia si fa sentire la frenata dell’economia europea, quella della Cina e la rivoluzione americana nei processi estrattivi, prossima a raggiungere l’obiettivo dell’autosufficienza energetica grazie al fracking (nome tecnico per definire la procedura di estrazione del gas da argille basata sulla fatturazione idraulica).

Nemmeno l’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio con sede a Vienna, fondata nel 1960) è riuscita lo scorso novembre a trovare un accordo su un eventuale taglio alla produzione di petrolio, che avrebbe consentito di calmierare la caduta dei prezzi, né ha intenzione di farlo nel prossimo futuro anche se il prezzo dovesse scendere sotto i 40 dollari.

Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono diventati tra i più grandi produttori di petrolio, grazie alle innovazioni nel campo dell’estrazione del petrolio ottenuto dagli scisti bituminosi e con il fraking.
Gli Usa hanno quindi una capacità produttiva che consente di alimentare le riserve di petrolio e importano molto meno rispetto al passato.
I paesi Arabi, grazie alle ingenti riserve e ai bassi costi di estrazione – che consentono di ottenere margini di profitto anche a prezzi più bassi (Bloomberg stima che il costo di estrazione di un barile per la Saudi Aramco sia intorno ai 5 dollari, in assoluto tra i più bassi) – hanno deciso di non sacrificare la propria quota di mercato per ripristinare livelli di prezzo più alti.

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Un’elevata offerta di greggio a fronte di una domanda in contrazione rende più vulnerabili le compagnie di estrazione con costi più elevati e, soprattutto, alcuni paesi “emergenti” i cui bilanci dipendono in ampia parte dai profitti derivanti dalla vendita del petrolio.

La Russia è tra i Paesi più colpiti dalla caduta dei prezzi del petrolio. Le materie prime energetiche dominano l’economia russa ed in particolare le sue esportazioni. La maggior parte delle entrate del bilancio russo sono date dalla vendita delle risorse energetiche e il bilancio per il 2015 è stato stilato secondo le previsioni di un prezzo di 100 dollari al barile per il petrolio. Sebbene la dinamica del PIL in Russia non dipenda unicamente dal costo del petrolio, ma anche dal corso della valuta e dal livello di pressione fiscale, oltre che dal deflusso di capitale, con un mantenimento dei prezzi del petrolio al livello di 50 dollari, è attendibile un crollo dell'economia russa del 5-6%.

Come la Russia, anche Libia, Nigeria e Algeria rischiano seriamente la bancarotta. Il motivo è lo stesso: la parità dei conti per molti governi arriva solo col barile pari o sopra i 100 euro. Il crollo dei prezzi del petrolio ha gravemente colpito le finanze pubbliche del Venezuela: Caracas deve il 96% delle sue entrate in valuta estera proprio all’export di greggio. Gli analisti hanno calcolato che per rimborsare i 10 miliardi di dollari di Titoli di Stato nei prossimi due anni il prezzo del petrolio dovrà tornare ad almeno 117-120 dollari al barile.

L’economia iraniana è in fase di recessione da fine 2012, e questo, unito alla difficoltà di ricostituire le riserve di dollari a causa delle sanzioni internazionali, mette pressione perché abbandoni il programma nucleare. Analogamente a quello russo, anche il bilancio iraniano si basa su un prezzo al barile pari a 100 dollari. Gli analisti hanno inoltre stimato una riduzione di un terzo del budget del paese, nel caso di un prezzo pari a 80 dollari.

Il crollo dei prezzi permette tuttavia di stimolare i consumi in Europa, negli Usa e in misura superiore in Cina (visto che Pechino è molto più dipendente di Washington dalle importazioni di energia).
L’Europa importa la maggior parte del petrolio, ed una diminuzione del prezzo si ripercuote positivamente sui bilanci, sebbene la flessione del prezzo della benzina sia limitata dal contemporaneo rafforzamento del dollaro.

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