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Sotto la Lente

BHP Billiton costretta a fare marcia indietro su Potash

10 Dic 2010 - 17:50

Bocciata l’offerta del colosso minerario australiano BHP Billiton per la canadese Potash Corporation of Saskatchewan



"Ho inviato a BHP Billiton una nota in cui confermo di non credere che la transazione proposta porti dei benefici al Canada". Così lo scorso 3 novembre 2010 il ministro dell’Industria canadese Tony Clement ha in pratica bocciato l’offerta del colosso minerario australiano BHP Billiton per la canadese Potash Corporation of Saskatchewan.

Il no all’offerta da 38,6 miliardi di dollari era motivato con i poteri concessi al ministro dall’Investment Canada Act e lasciava la strada aperta a proposte ritenute più favorevoli al Paese.

BHP Billiton aveva già concesso investimenti in esplorazione e sviluppo per 450 milioni di dollari in 5 anni, altri 370 milioni di dollari sarebbero stati investiti in infrastrutture nei territori di New Brunswick e Saskatchewan. BHP si era anche impegnata a mantenere l’alleanza di Potash con Agrium e Mosai nella distribuzione dei fertilizzanti per almeno 5 anni. Le garanzie però evidentemente non erano bastate al governo canadese che aveva chiesto impegni maggiori verso Potash.

Il 15 novembre comunque BHP Billiton rinunciava all’operazione affermando di non potere andare incontro alle richieste del ministro dell’Industria, ricordando tutti gli investimenti proposti e sottolineando di ritenere ancora vantaggiosa, anche per il Canada, la propria proposta.

Il gigante dei fertilizzanti del Saskatchewan, poco prima dell’epilogo dell’offerta di BHP Billiton, aveva mostrato dei risultati in crescita. Il terzo trimestre del 2010 si era chiuso con risultati da record e un utile di 402,7 milioni di dollari. Alla base del successo del gruppo proprio il potassio (Potash in inglese NdR) che nel trimestre aveva garantito un margine lordo di 363,5 milioni di dollari su un saldo complessivo di 563,3 milioni. Bene anche fosfati e azoto, ma soprattutto erano stati i buoni prezzi e volumi di vendita del potassio a gonfiare il conto economico.

D’altra parte l’offerta di BHP Billiton era stata vista come un’opa ostile dettata soprattutto dalla necessità del gruppo di impiegare l’abbondanza di cassa generata. L’offerta da 130 dollari a titolo in contanti era superiore ai circa 115 dollari dei corsi di borsa di Potash, ma molto al di sotto dei massimi pre-crisi intorno ai 200 dollari.

Secondo diversi analisti il titolo avrebbe potuto essere valutato anche 157 dollari per un totale dell’offerta da 46,6 miliardi di dollari: in ogni caso nei giorni di maggiore tensione le valutazioni erano salite ben al di sopra dell’offerta di BHP Billiton da 130 dollari. Il management del gruppo Potash guidato da Bill Doyle aveva d’altra parte ritenuto da subito ingenerosa l’offerta. Per come l’operazione si era configurata, d’altronde, BHP Billiton si era rivolta direttamente agli azionisti di Potash interessati a fare cassa.

La rinuncia all’operazione in ogni caso non avrebbe rappresentato l’uscita di BHP Billiton dal business del potassio o dal Canada: di lì a poco il gruppo avrebbe arricchito le proprie concessioni sul potassio del Saskatchewan con l’acquisizione di una concessione esplorativa dalla russa Acorn.

Già con la nota del 15 novembre in cui rinunciava alla propria offerta BHP Billiton comunicava la riattivazione del piano di buy back da 15 miliardi di dollari precedentemente interrotto: ben 4,2 miliardi di dollari sarebbero stati investiti in titoli propri. Due giorni dopo il gruppo annunciava nuovi investimenti per 635 milioni di dollari nella produzione di minerali ferrosi nell’Australia occidentale.

Lo stop canadese, uno degli interventi più forti degli ultimi anni promossi da uno stato a difesa di un asset nazionale, aveva comunque costretto BHP a ridisegnare le proprie strategie.