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Lifestyle

Napoli veste l’eccellenza

The Van  05 Lug 2016 - 14:14

Tre storie di sartorie napoletane che, partendo da zero, hanno saputo raggiungere risultati eccezionali puntando sulla tradizione, ma senza dimenticare l’evoluzione della moda



C’è una Campania felix. Una regione che produce, esporta, diventa simbolo di eleganza in Italia come nel mondo. Protagoniste aziende di famiglia, sartorie che hanno iniziato da zero e saputo crescere nel tempo unendo il rispetto della tradizione alla capacità di strizzare l’occhio alle evoluzioni della moda e dei mercati.

Dal mercato alla sartoria

«Affrontare le difficoltà è una parte del carattere dei napoletani. Sono bravi, sanno che le cose vanno fatte perché sono consapevoli che qualsiasi cosa può accadere» spiega al Financial Times Maria Giovanna Paone, vice presidente di Kiton e discendente di una famiglia di sarti da cinque generazioni. Tutto ha inizio nel 1956, quando Ciro Paone, partendo dal pur nobile banco dei suoi genitori nella popolare Piazza Mercato, decide di fare qualcosa in più. La prima sartoria nasce così ad Arzano e una decina di anni dopo prende vita il marchio Kiton specializzato in giacche e abiti. Importanti dinastie come la famiglia Agnelli, i duchi di Windsor le più importanti famiglie reali nel mondo sono tra i clienti dell’azienda, che oggi vanta 43 negozi sparsi nel mondo e un fatturato che nel 2015 ha toccato i 115 milioni di euro (fonte Il Sole 24 ore). Il segreto del successo? Mettere il prodotto al primo posto, visto che l’azienda produce 85 giacche al giorno, 20mila all’anno. «Un grande brand ne produrrebbe almeno 400» ha raccontato il ceo Antonio de Matteis, che ha creato anche una scuola di sartoria per aiutare i giovani a realizzarsi.

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Tradizione di famiglia

«Per difenderti dalla Cina devi essere come la Ferrari». Così Massimiliano Attolini spiega il successo del suo brand, l’attenzione maniacale al dettaglio, la fatica nel realizzare un solo capo, anche 30 ore di lavoro per un vestito. Anche qui c’è una bellissima storia di impresa, quella di Vincenzo che nel 1930 inizia a disegnare i primi abiti con tagli e rifiniture moderne per l’epoca. Il primo negozio lo apre in via Vetriera, a Napoli, e in seguito veste tutti i più grandi miti del cinema (Totò, Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni, Clark Gable). Poi le redini dell’impresa vengono affidate al più talentuoso dei suoi sei figli, Cesare, che ne guida il percorso di crescita proseguito poi dai figli Massimiliano e Giuseppe, che hanno aperto sedi in tutto il mondo (New York, Baku, Istanbul, ad esempio). Qualche numero? 25 milioni di fatturato nel 2014 (fonte Milano Finanza). «Nella sartoria per diventare un maestro ci vogliono dai 10 ai 15 anni. Per questo chiediamo a tutti i nostri sarti se hanno figli o nipoti che vogliono provare a fare carriera», ha raccontato Massimiliano Attolini al Financial Times.

Quella di Marinella è una storia vera

«Il lavoro, un’emozione che inizia la mattina e finisce la sera». È una citazione di Maurizio Marinella, l’imprenditore della cravatta più famosa al mondo. È il nipote di Eugenio che, mentre scoppiava la prima Guerra Mondiale, decide di aprire una bottega di 20 metri quadri sulla Riviera di Chiaia di Napoli. Da lì parte un’incredibile parabola che lo vede viaggiare in Europa alla ricerca di ispirazione, convincendo artigiani camiciai a trasferirsi da Parigi a Napoli per diventare maestri dei suoi operai. Poi la crisi del post guerra, il declino dell’antica nobiltà, l’avvento dei prodotti americani che danno più di un grattacapo a Eugenio, che però non si scoraggia e passa alla produzione di cravatte. La ripresa intorno agli anni ’80, quando Francesco Cossiga inizia la tradizione di portare ai capi di Stato una scatola con cinque cravatte Marinella. Il timone poi passa a Luigi e infine a Maurizio, che già a 10 anni trascorre qualche ora nel negozio del nonno per respirarne l’atmosfera. L’azienda oggi ha superato i 100 anni di storia, ha showroom a Tokyo, Londra, Hong Kong e un fatturato che nel 2013 ha toccato i 17 milioni di euro (fonte Il Sole 24 ore).

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