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Lifestyle

L’unione va di… moda 

The Van  20 Giu 2017 - 14:30

Nasce Confindustria Moda: la nuova federazione punta a “fare squadra” tra le aziende del settore, mentre nel mondo del lusso 26 giganti italiani scalano le classifiche mondiali



La moda italiana, come tanti altri settori, fino a poco tempo fa era molto frammentata: tanti marchi, tante voci. Da oggi non è più così. Dall’unione di Sistema Moda Italia e Federazione italiana dell’accessorio è nata, a fine marzo, Confindustria Moda, l’associazione che riunisce 67mila imprese e dà lavoro a circa 600mila persone per un fatturato totale di 88 miliardi di euro. La nuova Federazione raggruppa le imprese associate a Sistema Moda Italia (tessile abbigliamento) e a Federazione italiana accessorio moda e persona (che a sua volta comprende Aimpes, Associazione italiana manifatturieri pellettieri e succedanei; Aip, Associazione italiana Pellicceria; Anfao, Associazione nazionale fabbricanti articoli ottici, Assocalzaturifici e Federorafi) e vedrà a breve anche l’adesione di Unic, l’Unione nazionale industria conciaria. Dal 2018 le singole associazioni manterranno autonomia su tematiche verticali e specifiche di ciascun settore, come ad esempio gli eventi e le fiere, mentre Confindustria Moda offrirà inizialmente ai propri associati, servizi trasversali di consulenza legale, gestione delle relazioni industriali e ufficio studi.

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Una sola “squadra” per la moda italiana

Il più grande settore europeo di manifattura di moda ha deciso quindi di parlare al mondo con una voce sola, quella di chi rappresenta circa il 40% della quota in Europa (il 50% se si aggiunge la produzione per i brand stranieri). Un settore portante per l’economia italiana, secondo solo alla meccanica. Il solo tessile-moda ha chiuso il 2016 con un fatturato in crescita a 52,8 miliardi di euro (+0,9% rispetto al 2015), grazie principalmente all'andamento del macro comparto abbigliamento-moda, in crescita del 1,4% (stabile il comparto del tessile). L'export pesa per il 56% sul turnover totale e ha proseguito nel trend positivo, pur in rallentamento rispetto al passato, per cause di natura sia economica che politica a livello internazionale. Il settore ha registrato nel 2016 un miglioramento del surplus commerciale con l'estero, con un saldo a 8,9 miliardi di euro. Ottimi risultati, se si considera che dal 2013 a oggi il PIL italiano è aumentato dell’1,8%, mentre il settore moda è cresciuto del 4,2% (il 6% includendo anche pelletteria, oreficeria e pellicceria) e per il 2017 si prevede un ulteriore balzo in avanti dell’1,8% (indagine condotta da Smi-Sistema moda Italia insieme all’Università Carlo Cattaneo-Liuc di Castellanza). L’83% delle imprese operanti nel settore della moda italiana è di stampo familiare (una percentuale superiore alla media nazionale, che si attesta intorno al 65%). Se in passato questa caratteristica ha spesso rappresentato un limite allo sviluppo del settore, oggi – visti i dati – sembra agire invece da volano per una maggiore motivazione, concentrando investimenti, risorse ed energie per affrontare la crisi e sfruttarla come opportunità di sviluppo.

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Il lusso mondiale è made in Italy

Il presidente di Confindustria Moda è Claudio Marenzi, titolare di Herno, azienda piemontese fondata dal padre Giuseppe che ha iniziato con la produzione di impermeabili per poi estendersi ai piumini e ai maglioni (80 milioni di euro di fatturato nel 2016 con un incremento del 13% rispetto al 2015). Herno è una delle perle del made in Italy: molto forte in Europa, sta puntando anche su Asia, Giappone e soprattutto sugli Stati Uniti, dove ha aperto la nuova filiale Herno Usa e conta di lanciare a breve punti vendita monomarca. Ma nel mondo della moda le eccellenze italiane non mancano e continuano a distinguersi a livello mondiale: non solo i grandi marchi europei e americani, infatti, scelgono di produrre in Italia tutte le linee di alta gamma, ma molte delle aziende italiane acquistate da gruppi stranieri hanno mantenuto le sedi produttive da noi e le hanno spesso ampliate. Il Belpaese è il primo al mondo per numero di aziende del lusso (26) presenti nella prestigiosa top100 di Deloitte “Global Powers of Luxury Goods 2017”, con un fatturato aggregato di 1,3 miliardi di dollari (pari al 16% del totale) e una crescita delle vendite pari al 9,3%, che è la terza più alta tra quelle registrate, in aumento rispetto al 6,7% dell’anno scorso. Una performance influenzata soprattutto dai risultati di tre giganti: Luxottica, che ricopre il quarto posto a livello mondiale con 9,8 miliardi di dollari di ricavi (in crescita del 15,5%); Prada (212 milardi di dollari), al diciassettesimo posto con 3,9 miliardi (e due posizioni più in basso rispetto all’anno scorso); Giorgio Armani, che si attesta alla ventunesima posizione con 2,9 miliardi di fatturato e una crescita del 4,6%. Però, la società che è cresciuta più rapidamente è il gruppo Marcolin, attivo nel settore eyewear (produzione e distribuzione di occhiali): fatturato di 483 milioni di dollari, e una crescita del 43,1% negli ultimi due anni, seguita da Valentino Fashion Group, con 1,2 miliardi di ricavi cresciuti negli ultimi due anni a un tasso del 37,8%. Tra le prime 20 ci sono anche Moncler (nona posizione), Vicini (dodicesima) e Gianni Versace (diciottesima), a cui si aggiunge, al decimo posto, e per la prima volta in classifica, Furla, con un fatturato di 382 milioni e un tasso di crescita di quasi il 23% negli ultimi due anni.

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