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Lifestyle

La classe operaia va… nel Cda

The Van  11 Mag 2017 - 14:30

Grazie alla possibilità nata con la legge Marcora del 1985, sono ormai oltre 300 le aziende salvate dai lavoratori. Per un totale di 15 mila posti di lavoro messi al sicuro



Grazie alla possibilità nata con la legge Marcora del 1985, la classe operaia da qualche anno va nei consigli di amministrazione delle aziende che sono a un passo dalla chiusura. Si chiama “workers buyout” (Wbo) ma si potrebbe anche leggere come “potere operaio del XXI secolo”. Negli ultimi cinque anni sono state una cinquantina le imprese italiane finite nelle mani dei propri dipendenti, che hanno salvato così 1.200 posti di lavoro e generato un giro d'affari di 178 milioni di euro. Soldi che sarebbero svaniti nel nulla se questi lavoratori non si fossero rimboccati le maniche accollandosi le spese di investimento e gestione: la legge 49 del 1985, infatti, modificata poi nel 2001, ha un costo zero per lo Stato e, anzi, permette un guadagno evitando di pagare la mobilità e gli oneri previdenziali ai lavoratori che, con la chiusura dell'azienda, dovrebbero essere messi in cassa integrazione. In questo modo, invece, sono gli stessi lavoratori a pagarsi Irpef e Iva. Secondo alcuni calcoli, per ogni milione impiegato nella capitalizzazione di un “working buyout”, la collettività rientra di almeno 3 milioni in tre anni. In questi 32 anni, da quando la Legge Marcora è entrata in vigore, sono state oltre 300 le aziende salvate dai propri dipendenti. I posti di lavoro mantenuti, invece, oltre 15mila. Un piccolo miracolo in un’Italia che lotta contro la crisi ormai dal 2007.

team operai

Nuova vita per le ceramiche

La regione più prolifica è sicuramente l'Emilia Romagna, che oggi conta 16 cooperative nate negli ultimi cinque anni, per un totale di 386 posti di lavoro e 72 milioni di euro salvati. Tra le tante realtà che si trovano nella regione, una delle più solide è quella di Greslab, cooperativa di ceramica nata a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, dalle ceneri della Ceramica Magica, ormai sei anni fa. Con il sostegno di Legacoop e del suo Coopfond, il fondo mutualistico della Lega delle Cooperative, e del Ministero dello Sviluppo Economico che ha istituito il fondo Cooperazione finanza e impresa (Cfi), Greslab è passata dai 30 soci lavoratori iniziali ai 68 occupati di oggi, di cui 49 sono soci lavoratori. Nel 2015, ultimo anno disponibile, il fatturato ha superato i 16,5 milioni di euro. La carta vincente è stata, come ha spiegato il presidente Antonio Caselli alla Gazzetta di Reggio, «puntare molto sull'innovazione, sull'introduzione di nuove tecnologie, sulla diversificazione del prodotto e sull'ampliamento della clientela, con attente scelte commerciali». Insomma, sapersi reinventare completamente, da operai a imprenditori.

 

Riuso di apparecchiature elettroniche

In Lombardia invece a far parlare (bene) di sé è stata la Ri-Maflow, nata il primo marzo 2013 su iniziativa di un gruppo di lavoratori della Maflow, azienda metalmeccanica che a fine 2012 era stata chiusa dal tribunale perché insolvente. Sul sito si definiscono “un gruppo di lavoratrici e lavoratori, in grande maggioranza licenziati dalla Maflow di Trezzano sul Naviglio, che ha recuperato la fabbrica, riconvertendola da automotive verso il riuso e il riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Stiamo dando vita a una vera e propria cittadella dell'altra economia”. Sì, perché Ri-Maflow non è solo computer e radio. È un progetto più ampio che è diventato, negli anni, anche un'associazione che ha dato vita a una “Casa del mutuo soccorso”, in cui si svolgono le attività sociali e solidali della Ri-Maflow. A inizio anno i lavoratori della fabbrica hanno lanciato un nuovo progetto, insieme al circolo Arci che gestisce un museo dedicato alla Resistenza sulle colline di Fosdinovo, vicino a Massa Carrara: è “Amaro Partigiano”, un amaro realizzato con ingredienti lunigianesi che verrà prodotto proprio nella fabbrica alle porte di Massa. I proventi dell'amaro saranno devoluti alle attività del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo e ai progetti sociali di Ri-Maflow. Le due associazioni coinvolte hanno spiegato a “Il Tirreno” che «il liquorificio servirà a creare posti di lavoro all'interno della fabbrica abbandonata e a sostenere progetti per la costruzione di alternative al sistema di produzione corrente».

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