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Lifestyle

L’informale che funziona

The Van  07 Nov 2017 - 14:10

Stile tricolore con un occhio ai mercati esteri: BasicNet, Diadora, Nero Giardini e Alcott gli ambasciatori del casualwear italiano



La moda made in Italy è apprezzata in tutto il mondo, grazie soprattutto a qualità dei tessuti e delle lavorazioni, stile, creatività e quell’attenzione ai dettagli tipicamente italiana che rappresenta ormai il nostro marchio di fabbrica. Un discorso vale soprattutto per il casualwear, ovvero l’abbigliamento informale che si pone a metà fra l’elegante e lo sportivo, adatto a tutte le occasioni. Un settore, questo, in cui spesso non è raro trovare aziende italiane che acquisiscono marchi stranieri.

L’ultima operazione in ordine di tempo è quella avviata da BasicNet nei confronti dell’americana Sebago, icona di stile celebre per i suoi mocassini e parte dal gruppo americano Wolverine Worldwide, quotato alla borsa di New York. Il nome BasicNet potrà dire poco ai più, ma dietro a questo colosso (che l’anno scorso ha chiuso con 740 milioni di euro di fatturato) si nascondono brand molto popolari come Robe di Kappa, Superga, Jesus Jeans e K-Way. La sua particolarità sta nel modello di business, un ecosistema costituito da oltre 400 imprenditori indipendenti, collegati tra di loro in una struttura reticolare interamente integrata alla Rete, in cui produttori e distributori giocano un ruolo chiave: i primi si occupano di produrre su licenza le collezioni disegnate dalla capogruppo, mentre i secondi – che acquistano direttamente dai primi attraverso le piattaforme informatiche di BasicNet – distribuiscono i prodotti presenti nel loro portafoglio di competenza. In tutto questo, la capogruppo mantiene il controllo delle attività cross di natura strategica, come la ricerca e lo sviluppo del prodotto, il design, l’industrializzazione delle collezioni e il marketing globale.

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Diadora, dagli scarponi alle sneaker

Di stile ne ha da vendere anche Diadora, che ha saputo elevare le scarpe sportive ad accessorio moda. Non tutti sanno che ai suoi esordi nel 1948 l’azienda produceva scarponi di montagna, conosciuti già all’epoca come i migliori presenti sul mercato. Qualche anno dopo avviene il fortunato debutto nel mondo dello sport professionistico, idillio che dura ancora oggi.

Con l’inizio del nuovo millennio, poi, viene lanciata la linea Heritage, le sneaker Diadora diventano trendy come risultato della commistione tra due mondi, lo sport e il fashion. Oggi Diadora, parte del gruppo Geox, distribuisce i suoi prodotti in ben 60 Paesi, pur mantenendo la direzione a Caerano di San Marco, in provincia di Treviso, nel cuore del distretto della calzatura di Montebelluna. Sotto la guida del 35enne Enrico Moretti Polegato, presidente e amministratore delegato, punta a riportare il grosso della produzione in Italia, a cominciare da quella delle linee di alta gamma. I tre asset cruciali su cui l’azienda intende puntare sono: il design 100% made in Italy; l’innovazione, che si manifesta nella ricerca di una migliore traspirabilità dei tessuti e delle calzature; l’internazionalizzazione, attraverso accordi con catene locali di distribuzione presenti in tutto il mondo.

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Nero Giardini e Alcott vestono l’Europa

Cuore italianissimo, vocazione internazionale. Nero Giardini, di proprietà della Bag Spa (209 milioni di euro di fatturato nel 2016, con export del 23%) è un altro esponente del casualwear di casa nostra. Il marchio rivendica la sua italianità sin dal payoff; la produzione è infatti localizzata tra Marche e Abruzzo, dove le diverse linee sono prodotte da un network di aziende altamente specializzate, una sorta di Silicon Valley a filiera corta. E proprio perché crede nel territorio, la proprietà ha investito oltre 40 milioni di euro per acquistare l’ex zuccherificio di Campiglione di Fermo, un’area di 230 mila metri quadrati dove saranno realizzati il nuovo stabilimento produttivo, che consentirà di incrementare la produzione da 16-17mila a 40 mila paia di scarpe. Il mercato principale è l’Europa, ma le vendite sono in crescita anche in Russia, Corea e Giappone, dove presto sarà conosciuto con la sigla “N.G.”.

Infine, in Europa (e non solo) è presente Alcott, brand moda dedicato ai Millennials (16-30 anni) che insieme a Gutteridge fa parte della società napoletana a conduzione famigliare Capri (1.300 dipendenti, 280 milioni di fatturato nel 2016, in crescita rispetto ai 225 milioni del 2015) e l’anno prossimo si prepara a festeggiare i 30 anni di attività con oltre 150 store in tutto il mondo. Obiettivo per il futuro? Far salire i ricavi a 350 milioni, offrendo prodotti di tendenza e qualità a un prezzo democratico.

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