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Lifestyle

Il futuro del Made in Italy

The Van  29 Giu 2017 - 15:00

Intuizione, genio, creatività dei fondatori. Ecco le storie di alcune aziende italiane che potrebbero diventare colossi della nostra industria: Gruppo Stevanato, Chiesi Farmaceutici, Interpump, Furla e Moncler



Sfiorano il miliardo di euro di fatturato ed esportano in tutto il mondo. Pur appartenendo a settori diversi (tra gli altri, farmaceutico, metalmeccanico, moda) conservano tratti comuni. Sono quelle aziende che, partite come attività locali – una falegnameria, un negozio di borse, una piccola fabbrica – oggi esportano in tutto il mondo e danno lavoro a migliaia di persone. Una tipica storia italiana, quindi. Qualche nome? Gruppo Stevanato, Chiesi, Interpump, Furla e Moncler, potenziali colossi del mercato che potrebbero rendere di nuovo grande l’industria tricolore.

aziende

Farmaceutico, nostro fiore all’occhiello

Partiamo dall’industria farmaceutica che, con una produzione che nel 2016 ha sfiorato i 30 miliardi di euro (dati Farmindustria), è una delle locomotive italiane. Un’industria in salute che offre spazio a grandi innovatori. Come Giovanni Stevanato, padovano. Falegname, negli anni 40, stufo di aggiustare comodini, si mette a produrre contenitori di vetro. Individua una nicchia di mercato inesplorata: la produzione di fiale per insulina. Negli anni, l’azienda che porta il suo nome diventa un gruppo specializzato in packaging da tubo in vetro e contenitori per farmaci. I numeri raggiunti danno ragione alla sua intuizione: nel 2016 il Gruppo Stevanato ha registrato un utile netto di 35,3 milioni di euro, conta 3mila dipendenti e i suoi prodotti sono commercializzati in 150 Paesi al mondo.
Negli stessi anni in cui Giovanni realizza il suo sogno, a Parma Giacomo Chiesi, un farmacista, investe nella ricerca farmaceutica. Dopo aver acquistato un piccolo laboratorio, esordisce lanciando la prima pomata a base di penicillina. Negli anni, la sua “vision” si arricchisce con l’acume imprenditoriale dei figli, Alberto e Paolo, che portano una piccola azienda a diventare leader nel mondo. I due capiscono che c’è una nicchia di mercato che riguarda la “respirazione” ed è in questo campo che creano i farmaci più innovativi, ad esempio Curosur e Clenil. Oggi Chiesi Farmaceutici ha un fatturato di oltre 1,57 miliardi di euro (nel 2016) e offre lavoro a circa 4.800 persone.

fiale

Da un piccolo negozio di Bologna al mondo

Dal farmaceutico al tessile cambiano le storie, ma non lo spirito che anima imprenditori ambiziosi. Come Aldo Furlanetto che, sul finire degli anni 50, apre un piccolo negozio nel cuore di Bologna, Furla, per vendere articoli in pelle. Come in tante storie familiari, anche qui è decisivo per la crescita dell’azienda l’ingresso dei figli, Carlo, Paolo e Giovanna, che subentrano al padre e producono una collezione a marchio Furla, con un piano di espansione basato su negozi diretti e proprietà in franchising. Grazie a strategie indovinate raggiungono i 422 milioni di euro di fatturato nel 2016, +18% rispetto al 2015. Per Giovanna Furlanetto sono tre le chiavi del successo: “attaccamento all’attività di famiglia, investimento degli utili e autofinanziamento”.
Altrettanto vincente è la storia di Remo Ruffini. Dopo il diploma non prosegue gli studi e parte per gli Stati Uniti. Appassionato di moda e figlio d’arte, apre a 23 anni la sua prima azienda nella moda, la New England. Malgrado i buoni risultati ottenuti non è soddisfatto. Le sue ambizioni sono grandi e nel 2002 accetta una sfida: rilanciare Moncler, marchio storico francese. Quando lo acquista fattura 30 milioni. Per riportarlo in auge crea nuove linee di prodotto: il piumino per gli amanti della montagna diventa il piumino per tutti. Assume creativi da tutto il mondo, come Bruce Weber, maestro della fotografia pubblicitaria. Investimenti saggi che hanno portato Moncler a chiudere il 2016 con un utile netto di 196 milioni.

furla

Dalla povertà alla realizzazione di un sogno

Altra azienda che ha saputo distinguersi è Interpump, oggi il maggiore produttore mondiale di pompe a pistoni professionali. L’idea nasce da Fulvio Montipò che nel 1977 inizia la produzione di pompe a pistoni a Sant’Ilario d’Enza, in provincia di Reggio Emilia. L’imprenditore ha una storia incredibile da raccontare: figlio di un muratore, negli anni 40 trascorre un’infanzia poverissima. Grazie all’aiuto di un maestro, riesce a proseguire gli studi e si laurea a Trento. Dopo una carriera brillante nel Gruppo Bartolini, individua un settore promettente: le macchine per il lavaggio industriale, e decide di investire. L’idea è quella di innovare e quindi scommette sui pistoni di ceramica, convinto che non si sarebbero deteriorati come quelli d’acciaio. Dopo vari esperimenti fallimentari, trova la giusta soluzione. Negli anni, il gruppo cresce grazie a un’efficace politica di acquisizioni. Oggi Fulvio è ancora al comando di Interpump che ha tagliato il traguardo di 992,8 milioni di fatturato nel 2016.