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Distretti

L'oro del sud

The Van  26 Mag 2016 - 11:43

La Sicilia è la patria degli agrumi: circa il 60% delle coltivazioni italiane sono nell’isola. E tra ricerca, innovazione e recupero degli scarti, l’intera filiera si sta evolvendo



“A somiglianza tua, a tua immagine, arancia, si fece il mondo: rotondo il sole, circondato per spaccarsi di fuoco: la notte costellò con zagare la sua rotta e la sua nave (…)”. Così il poeta Pablo Neruda celebrava un frutto, l’arancia, che racchiude in sé tutta la misteriosa semplicità della vita umana, dolce e aspra allo stesso tempo. Sapori che contraddistinguono da sempre la patria degli agrumi: la Sicilia.

L’unione fa la forza

In questa regione le coltivazioni di agrumi coprono una superficie di 93.771 ettari (circa il 60% del totale di quelle italiane): il risultato è una produzione annua di circa 1,9 tonnellate tra arance, limoni, mandarini e clementine – più o meno il 48% della produzione italiana – con un fatturato di circa 677 milioni di euro, il 52% del totale. (Fonte: Annuario dell’Agricoltura Italiana, 2013).

Numeri rilevanti, senza dubbio. Ma gli alti costi di produzione, logistica ed energia fanno sì che il prodotto finale sia più caro rispetto alla concorrenza estera, come conferma il recente allarme di Coldiretti, l’associazione degli imprenditori agricoli italiani: nella sola Sicilia, per questo motivo, sono scomparsi negli ultimi 15 anni circa 71 mila ettari di agrumi. Se a ciò si aggiunge anche la diffusione di virus, come il recente Tristeza che ha provocato l’eradicazione di oltre 32 mila ettari di agrumeti infetti, si intuisce come il settore abbia bisogno di innovare far fronte alle numerose sfide che lo attendono.

Per rilanciare l’agrumicoltura siciliana, nel 2011 è nato così il Distretto Agrumi di Sicilia. Una realtà che riunisce 138 sottoscrittori, tra imprese singole e associate, consorzi ed enti operanti nella filiera e rappresenta oltre 2mila addetti, 21 ettari coltivati e un fatturato annuo aggregato di 400 milioni di euro. L’obiettivo del Distretto è “fare sistema” attraverso una strategia comune per valorizzare tutte le tipologie di agrumi prodotti nell’isola. 

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In crescita le certificazioni e il biologico

Il Distretto ha deciso di puntare innanzitutto su qualità e produzioni biologiche. Gli agrumi siciliani, infatti, sono tra i più importanti tra quelli in commercio: l’Arancia di Ribera vanta il marchio DOP (Denominazione di Origine Protetta), mentre l’Arancia Rossa di Sicilia, il Limone Interdonato di Messina e il Limone di Siracusa sono IGP (Indicazione Geografica Protetta). Il Mandarino tardivo di Ciaculli e il Limone dell’Etna sono in attesa di riconoscimento IGP.

Senza dimenticarsi che qualità vuol dire soprattutto ricerca, ma si sta lavorando anche su quello, come dimostra il caso del CRA-ACM Centro di Ricerca per l’Agrumicoltura e le Colture Mediterranee di Acireale, in cui giovani ricercatori svolgono studi in ambito di genetica vegetale per trovare nuove varietà ad alto valore salutistico e con una maggiore resa di succo.

Dal biogas alla moda, una filiera dalle infinite opportunità

L’innovazione, però, non riguarda solo i prodotti, ma coinvolge anche la valorizzazione degli scarti. In Sicilia operano attualmente circa 20 industrie di trasformazione di agrumi che lavorano da 180mila a 200mila tonnellate di arance rosse, e dalle 200mila alle 245mila di limoni, arance bionde e mandarini. Dalla trasformazione di un chilogrammo di agrumi si ottiene il 40% di derivato per il consumo umano tra succhi di frutta, composte e altri preparati alimentari, ma il 60% di scarti solidi, chiamati “pastazzo”, rappresenta da sempre una criticità per chi opera nel settore. Nella sola Sicilia, infatti, ogni anno ne sono prodotte circa 340 mila tonnellate (circa 700 mila in tutta Italia), di cui solo una piccola parte è riutilizzata come fertilizzanti, o mangimi, mentre il grosso è smaltito con un costo totale che si aggira sui 10 milioni di euro l’anno secondo l’Inea, l’istituto nazionale di economia agraria.

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Innovazione protagonista

Il Distretto Agrumi di Sicilia con l’Università degli Studi di Catania, la Cooperativa Empedocle e con il finanziamento di The Coca-Cola Foundation, ha pensato così di trasformare questo problema in una risorsa, inaugurando un impianto-pilota che si occuperà di testare varie miscele di biomasse che, a partire proprio dal “pastazzo”, produrranno biogas tramite digestione anaerobica: in pratica, all’interno di alcuni silos vengono combinati acqua, scarti degli agrumi e altri sottoprodotti della filiera per produrre, in assenza di ossigeno e dopo 40 giorni di fermentazione, biometano.

Ma c’è anche chi punta sulla moda: due giovani siciliane, Adriana Santonocito ed Enrica Arena, in collaborazione con il Politecnico di Milano, hanno brevettato Orange Fiber, un tessuto nato dalla trasformazione degli scarti degli agrumi, che rilascia sostanze multivitaminiche, con l’effetto di una crema spalmata sul corpo. Il progetto è in fase di produzione e gli scarti di agrumi siciliani sono trasformati in uno stabilimento trentino. Un esempio di eccellenza italiana a tutto tondo.

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