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Distretti

La crescita? È questione di pelle

The Van  21 Lug 2016 - 14:20

L’industria conciaria, che ha il suo cuore in Veneto, Toscana e Campania, dopo un periodo buio è tornata a registrare numeri positivi. Grazie a export e attenzione all’ambiente



“Vorrei la pelle nera”, cantava Nino Ferrer ormai una cinquantina di anni fa. La canzone, famosissima, era un inno ai grandi cantanti di colore e, ovviamente, la pelle in questione non era quella delle scarpe, delle cinture o dei sedili delle automobili. Oggi, però, c’è un’altra pelle – nera o anche di tanti altri colori – balzata agli onori delle cronache per essere un vero e proprio vanto del made in Italy.

129 milioni di metri quadrati di produzione

Secondo i dati Unic (Unione nazionale industria conciaria) l’Italia, infatti, genera il 18% del valore della produzione mondiale e il 65% di quella europea di pelli finite: in totale, fanno ben 129 milioni di metri quadrati di pelli e 34 mila tonnellate di cuoio da suola prodotte ogni anno. Il 43% della produzione conciaria – ovvero l’industria di trasformazione delle pelli – è destinata, come da tradizione, alla calzatura, seguita da pelletteria (25%), arredamento imbottito (15%), interni auto (10%) e abbigliamento (5%). Come per tutti i settori del made in Italy, l’export è trainante con un peso del 76,3% sulla bilancia commerciale. E se l’Europa resta lo sbocco principale, la concia italiana trova largo posto anche in Polonia, Vietnam, Corea del Sud e Stati Uniti.

Arzignano, cuore della conceria

Ma dove viene lavorata tutta questa pelle? La capitale della conceria è Arzignano, cittadina di 25mila abitanti in provincia di Vicenza: qui si realizza il 52% della produzione nazionale. Da queste parti i primi centri di lavorazione del cuoio sono comparsi addirittura tra il 1700 e il 1800  e il settore, oggi, dà lavoro, nella zona, a oltre 8mila addetti distribuiti su oltre 400 imprese. Nonostante gli anni bui della crisi, che anche qui ha colpito pesantemente, il comparto è tornato di recente a crescere, trainato soprattutto dalla ripresa del settore automotive: nel primo semestre 2015 è stata infatti confermata una risalita importante, che ha sfiorato il 15% rispetto allo stesso periodo del 2014.

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Toscana e Campania, due belle realtà

Altro distretto di rilievo è quello toscano di Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa. È sufficiente fare due passi per il centro della vicina Firenze, in cui sono numerosissimi i negozi e le bancarelle che propongono prodotti in pelle, per rendersi conto del legame tra la Toscana e questa industria. Nel territorio è concentrato circa il 35% della produzione nazionale di pelli e il 98% della produzione nazionale di cuoio da suola. Anche qui i numeri sono positivi: secondo gli ultimi dati dell’Ires, l'istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil, le aziende conciarie nel 2014 hanno incrementato la propria presenza sui mercati esteri da 2,7 a 3,5 miliardi di euro.

Ma l’industria conciaria è forte anche al sud, in particolare in Campania, dove il distretto di Solofra, cittadina di circa 12mila abitanti a pochi chilometri da Avellino, pesa per l’ 8% del totale nazionale ed è specializzato nella lavorazione di pelli ovicaprine destinate alla manifattura di abbigliamento, calzatura e pelletteria.

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Esportazioni e sostenibilità

Il settore, quindi, sembra in ripresa. Il merito è sicuramente della crescita dell’export, ma anche dell’efficienza energetica. Secondo il Rapporto di Sostenibilità Unic 2015, infatti, nell’ultimo decennio le aziende conciarie hanno ridotto del 20% il consumo idrico, del 40% l'uso dei solventi e del 23,8% il consumo energetico. Ma non solo. Molte imprese del settore si sono dotate di una certificazione ambientale e oltre il 50% del fatturato conciario ha ottenuto il “disco verde” dall'Icec, l'istituto di riferimento per l'area pelle. Qualche anno fa andava di moda la pelle nera. Ora il pubblico preferisce quella… verde.

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