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Arte

La cultura fa bene all’economia

The Van  23 Giu 2016 - 16:03

Come scardinare l’immobilismo del sistema culturale italiano? Italian Factory lo ha chiesto al sovrintendente del Teatro Grande di Brescia, Umberto Angelini



 “Il vero petrolio dell’Italia è la cultura”, recita uno dei leit motiv più diffusi nel nostro Paese. In tanti sono convinti che sia così eppure non siamo mai riusciti a “fare sistema” per riuscire a sfruttare al meglio il nostro immenso patrimonio artistico e culturale.

Un aiuto in questo senso sembra venire dall’Art bonus, la misura introdotta dall’attuale governo che permette un’agevolazione fiscale del 65% per le erogazioni liberali a sostegno della cultura: a un anno dalla sua introduzione sono stati 77 i milioni di euro raccolti, provenienti da oltre 2500 “novelli” mecenati. «Alle istituzioni viene dato in mano uno strumento significativo, che rappresenta la volontà politica di mettere al centro del Paese la cultura», è l’opinione al riguardo di Umberto Angelini, sovrintendente del Teatro Grande di Brescia – uno dei casi più interessanti di best practice italiane – a cui Italian Factory ha chiesto di fare un quadro della situazione proprio alla luce dei nuovi strumenti legislativi a disposizione.

Dottor Angelini, l’Art bonus può rappresentare il grimaldello per scardinare l’immobilismo del sistema culturale italiano?

«L’Art bonus può rappresentare una svolta perché introduce un canale parallelo alle finanze pubbliche. Si tratta di una grande prova di compromesso alto della politica promossa dal Ministero dei Beni e le Attività Culturali e del Turismo: il Ministero dell’Economia e delle Finanze decide di rinunciare a una parte di gettito oggi, che però si trasformerà in un moltiplicatore di risorse nel futuro. Si passa così da una visione contingente a una prospettica e, anche se esistono ancora criticità relative a una certa ambiguità normativa che necessità di semplificazione, si tratta di un processo utile a garantire un rapporto più stretto e duraturo con i nuovi “mecenati”».

Arte Angelini 1

In che modo la cultura può essere utile anche al sistema economico italiano?

«È necessario che il Paese investa sull’innovazione culturale, non solo perché è importante per la cultura in sé, ma perché è fondamentale proprio per l’economia. Ad esempio, i prodotti italiani all’estero hanno un appeal maggiore proprio grazie alla stratificazione culturale e all’immaginario che si portano dietro, frutto di secoli di straordinaria arte e bellezza. Un vantaggio competitivo, questo, che rischia oggi di essere eroso anche a causa di un’arretratezza dell’imprenditoria nostrana che fa fatica a comprendere questa dinamica. Se non investiamo in cultura, quindi, rischiamo di danneggiare anzitutto il sistema economico».

Quali sono le figure professionali di cui avrebbe bisogno l’Italia?

«Esiste innanzitutto un deficit manageriale all’interno delle istituzioni culturali. Oggi la situazione sta cambiando, ma in alcuni casi assistiamo addirittura a una deriva opposta, vale a dire manager scevri di competenze culturali. Servono quindi figure di mediazione con competenze economiche e finanziarie ma anche culturali, in grado di avere un’ampia visione del mondo e portare nuove idee. Altre figure di cui si sente la mancanza sono coloro che si occupano di ricerca e progettazione di bandi internazionali; sono ancora troppi i fondi europei che l’Italia non utilizza, uno spreco economico insostenibile».

E i giovani in questo senso che ruolo possono avere?

«Le nuove generazioni hanno sicuramente una formazione più adeguata ai tempi, ma forse un po’ troppo orientata al lato finanziario e poco, ad esempio, a quello giuridico che invece sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel campo culturale. Sarebbe bello che i giovani che si avvicinano a questo mondo potessero svolgere un’attività di pressione positiva nei confronti della politica al fine di semplificare la normativa, cosa che le piccole istituzioni non hanno le competenze per affrontare. Servirebbero, infatti, anche interventi legislativi che tengano conto della scala delle organizzazioni. La figura che manca oggi è, però, soprattutto quella del fundraiser che sappia progettare l’incontro tra privato e pubblico, tenendo conto sia delle esigenze dei finanziatori sia di chi ricerca i finanziamenti».

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Esistono casi di successo in Italia che potrebbero essere da esempio per tutto il sistema?

«Sicuramente il Museo Egizio di Torino, non solo in termini di raccolta di capitali privati, ma soprattutto per la capacità di ripensare il proprio ruolo all’interno della nostra epoca, con l’obiettivo di lungo periodo di diventare il miglior museo egizio del mondo. Ma anche il Teatro Grande di Brescia ha saputo innovarsi. Cinque anni fa è stata costituita una fondazione pubblico-privata a maggioranza di capitale privato e, dopo una rigida selezione, sono stato chiamato a ridisegnare un’istituzione artistica e culturale con oltre 200 anni di storia per proiettarla nel futuro. Oggi, grazie al lavoro svolto, abbiamo aumentato le presenze del 500%, oltre ad aver ricevuto importanti riconoscimenti nazionali. Inoltre, il 65% del personale è under 35. Risultati che sono stati possibili grazie alla chiarezza degli obiettivi di medio e lungo periodo, all’ascolto dei bisogni del territorio e alla progettualità condivisa con i privati, non più visti solamente come bancomat».

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