Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione di terze parti per proporti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Per maggiori informazioni, ti invitiamo a consultare la nostra cookie policy. Cliccando su “Continua” o proseguendo nella navigazione acconsenti all’utilizzo di tali cookie.

Riso e pasta, le nuove etichette rivelano l’origine

FTA Online News, Milano  13 Feb 2018 - 18:31

Una vittoria per la trasparenza del Made in Italy



Dal 13 e dal 14 febbraio 2018 entrano in vigore gli obblighi di indicazione in etichetta dell’origine della materia prima di riso e pasta.  “E’ una buona notizia per agricoltori, aziende e consumatori. L’industria italiana deve giocare in attacco la partita della qualità e della trasparenza. Su questi valori si fonderà sempre di più la competitività del Made in Italy”, ha commentato il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda che aveva firmato i decreti con il ministro Maurizio Martina lo scorso luglio.

Le confezioni di pasta secca prodotte in Italia dovranno quindi obbligatoriamente indicare in etichetta il Paese di coltivazione del grano (dove il grano viene coltivato) e il Paese di molitura (dove il grano è stato macinato). Se le fasi avvengono nel territorio di più Paesi potranno essere utilizzate le seguenti diciture Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE. Se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l'Italia, si potrà usare la dicitura: "Italia e altri Paesi UE e/o non UE".
Per il riso sono previste in etichetta le diciture "Paese di coltivazione del riso", "Paese di lavorazione" e "Paese di confezionamento".

Coldiretti ha affermato che la nuova dicitura “mette fine all’inganno dei prodotti importati, spacciati per nazionali, in una situazione in cui un pacco di pasta su tre è fatto con grano straniero, come pure un pacco di riso su quattro senza che questo fosse fino ad ora indicato in etichetta” e ha rivendicato il proprio impegno storico su queste battaglie.

Coldiretti ha però anche denunciato che nell’ultimo anno mentre il prezzo di un chilo di riso sullo scaffale rimaneva pressoché stabile, con una valore medio di circa 3 euro, i prezzi riconosciuti agli agricoltori crollavano per le principali varietà di riso dal -58 % per l’Arborio al - 57 % per il Carnaroli, dal -41 % per il Roma al -37% per il Vialone Nano. “La situazione è drammatica - sottolineava il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo - e mette a rischio il primato nazionale in Europa dove l’Italia è il primo produttore di riso con 1,50 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4 mila aziende di 234.300 ettari, che copre circa il 50 % dell'intera produzione UE con una gamma varietale del tutto unica”.
Sotto accusa i comportamenti delle industrie della trasformazione “che approfittano dell’aumento insostenibile della forbice dei prezzi tra produzione e consumo e non si impegnano per sviluppare contratti di filiera con prezzi adeguati”.
Nell’ultimo anno in Italia sono aumentate del 736% le importazioni dalla Birmania di raccolto proveniente anche dai campi della minoranza Rohingya costretta a fuggire a causa della violenta repressione.

I nuovi decreti permettono però ora una maggiore trasparenza sulla filiera e soprattutto consentono ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli che potranno davvero incoraggiare (e far riconoscere) il Made in Italy.


Borsa Italiana non ha responsabilità per il contenuto del sito a cui sta per accedere e non ha responsabilità per le informazioni contenute.

Accedendo a questo link, Borsa Italiana non intende sollecitare acquisti o offerte in alcun paese da parte di nessuno.


Sarai automaticamente diretto al link in cinque secondi.