Il momento di difficoltà di molte famiglie italiane si spiega soprattutto così: le retribuzioni crescono meno di quanto facciano i prezzi. A mettere nero su bianco il fatto è l'Istat, che lo scorso dicembre ha registrato un sostanziale divario tra quello che, nel 2011, è stato l'andamento delle buste paga e la dinamica dei prezzi.
Cresce il costo della vita, ferme le retribuzioni
Secondo l'indagine dell'Istituto nazionale di statistica, nel 2011 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute – mediamente – dell'1,8% rispetto all'anno precedente. Un incremento delle buste paga che non può soddisfare gli italiani: si tratta, infatti, della crescita media annua degli stipendi più bassa a partire dal 1999.
A rendere la statistica ancora più amara e preoccupante, poi, concorre la constatazione che – proprio in dicembre – la forbice che si registra tra l'aumento delle retribuzioni contrattuali orarie e l'inflazione ha toccato il livello più alto dall'agosto 1995. Se la paga oraria dei lavoratori italiani è cresciuta dell'1,4% nell'ultimo mese dall'anno passato, nello stesso periodo i prezzi sono aumentati del 3,3%, portando il divario tra i due indici all'1,9%.
Dicembre, però, è stato solo il punto più profondo di un anno comunque difficile. Se si analizza il 2011 nel suo complesso, la forbice tra l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie (+1,8%) e il livello d’inflazione (+2,8%) raggiunge un divario pari a 1 punto percentuale e anche in questo caso risulta essere lo scarto più alto dal 1995.
Aumenti non uguali per tutti
In media, gli aumenti agli stipendi sono stati molto contenuti. Ad alcuni, però, è andata meglio che ad altri: aumenti significativamente superiori alla media si registrano per i comparti “militari-difesa” (+3,3%), “forze dell’ordine” (+3,1%), “gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi”(+3,0%). Più contenute invece le variazioni per ‘ministeri’ e ‘scuola’ (in entrambi i casi ci troviamo di fronte a una crescita dello 0,2%), ‘regioni e autonomie locali’ e ‘servizio sanitario nazionale’ (0,3% in ambedue i casi).
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