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Responsabilità sociale d’impresa: cambiamento di paradigma



Intervista con Emilio D’Orazio, direttore del centro studi internazionale Politeia



23 Lug - 15:32

“Quando negli anni Ottanta Edward Freeman elaborò la teoria degli stakeholder i concetti che la componevano e gli obiettivi che la ispiravano parvero visionari, tuttavia quelle idee hanno continuato a fare strada e oggi si impongono in molti casi come un’alternativa alla tradizionale teoria della massimizzazione dei profitti”. Dalle parole di Emilio D’Orazio, direttore del centro studi internazionale Politeia e curatore del volume in prossima uscita Corporate & stakeholder responsibility for sustainibility, emerge un percorso teorico che ha condizionato le massime riflessioni economiche degli ultimi trent’anni e che sta cambiando gradualmente il modo di vedere l’impresa in tutto il mondo.

“Il Corporate Social Responsibility o Responsabilità sociale d’impresa è un cambiamento di prospettiva, la nascita di un nuovo paradigma che estende l’attenzione dei soggetti dell’attività economica a tutti i portatori d’interesse coinvolti nell’attività dell’impresa. La sfida che oggi si pone al management è quella di una risposta non solo agli azionisti dell’azienda e alla logica della massimizzazione del profitto, ma anche a tutti coloro che si rapportano alla società: clienti, lavoratori, fornitori, tutti i cosiddetti stakeholder insomma. Trovano un loro posto anche le istanze ambientali e ovviamente gli shareholder, ossia la proprietà, che però cessa di essere considerata come l’unico referente degli amministratori dell’impresa”.

Ma quanto è possibile coordinare davvero le istanze dei vari stakeholder e quanto sono efficaci questi nuovi modelli nella realtà?

E’ molto più difficile coordinare istanze tanto diverse, spesso non si possono conciliare gli interessi di tutti gli stakeholder, spesso le risorse non sono sufficienti a farlo. Serve un approccio olistico capace di guardare non solo ai singoli interventi, ma anche al complesso delle attività delle imprese e dei loro rapporti con il contesto sociale e ambientale. Tocca ai manager decidere se attribuire a questo nuovo paradigma un ruolo rilevante o marginale. Non basta qualche iniziativa in favore dell’ambiente o della cultura se poi le strategie complessive e la cultura d’impresa seguono esclusivamente il modello della massimizzazione dei profitti. Il rischio maggiore, però, sta negli eccessi opposti. Il caso di BP dimostra che la mancanza di un’ottica di lungo periodo e di una corretta visione della responsabilità sociale d’impresa può danneggiare tutti i soggetti coinvolti, azionisti compresi, visto il crollo del titolo della compagnia petrolifera. Accanto a loro sono stati danneggiati i dipendenti, le comunità locali, l’ambiente... un disastro insomma.

Politeia organizza un convegno internazionale con i massimi studiosi di CSR dal 2004: come vi appare il contesto italiano a confronto con gli altri?

Da un punto di vista accademico pian piano la CSR e la teorie dello stakeholder si stanno diffondendo, anche se in concreto gli insegnamenti fondamentali nelle università fanno ancora un chiaro riferimento ai modelli tradizionali del massimo profitto e della esclusiva attenzione al ritorno degli investimenti della proprietà. Molte imprese medie e grandi hanno, però, tracciato un percorso autonomo notevole nel campo della CSR e della sostenibilità, tra queste ad esempio Eni, Enel, Unicredit. Un grosso lavoro interno, promosso dal basso che ha portato a dei risultati notevoli.

I modelli che promuovono l’attenzione per lo stakeholder stanno anche ottenendo dei riconoscimenti giuridici in vari paesi.

Già nel 2006 il Companies Act britannico considera dovere primario dei manager quello di promuovere il successo della compagnia attraverso l’attenzione a tutti gli stakeholder. Si tratta di una riforma assolutamente innovativa del diritto commerciale del Regno Unito. Un anno prima l’Economist, organo di stampa indipendente liberale e conservatore, aveva dedicato un numero alla Corporate Social Responsibility sostenendo, forse suo malgrado, che il CSR e le istanze degli stakeholder avevano vinto la battaglia delle idee rispetto al modello tradizionale. Quest’attenzione per tutti i portatori d’interesse coinvolti è alla base anche degll’ultima grande riforma finanziaria del governo Obama negli Stati Uniti.

Tuttavia in Italia casi come quello della bonifica dell’area milanese di Santa Giulia o dei rifiuti campani confermano una ricerca del profitto non solo capace di oltrepassare la soglia della responsabilità sociale, ma persino quella della legalità. Il decreto legislativo 231 sulla responsabilità delle imprese funziona secondo lei?

In Italia il decreto legislativo numero 231 del 2001 impone delle responsabilità alle imprese, alle associazioni, agli enti collettivi e impone delle procedure che, in caso di citazione in giudizio, saranno giudicate adeguate o meno dai magistrati. Negli ultimi anni la lista dei reati previsti dal decreto si è ampliata rispetto al 2001 comprendendo ad esempio reati che toccano la salute e la sicurezza dei lavoratori. Se adeguatamente interpretato e implementato nelle organizzazioni il decreto può essere un valido argine agli illeciti.

Le istanze di allargamento agli stakeholder della partecipazione alla governance delle società sono già in parte presenti nelle banche popolari e nelle cooperative: possono rappresentare un’opportunità questo genere di istituti giuridici?

Sì, si tratta di forme di impresa o di associazione che possono creare l’occasione per l’avvicinamento a un modello che pian piano sta anche penetrando nelle business school e dunque nei luoghi di formazione della classe dirigente. Questo concetto di allargamento della governance nel diritto commerciale italiano purtroppo non è stato ancora sviluppato. Esistono, però, delle best practice già applicate da alcune grandi aziende (come Eni per esempio) e raccolte di recente dal Ministero del lavoro in un “Codice della partecipazione” che propone un modello di condivisione tra lavoratori e impresa.

Che cosa pensa della class action?

Sicuramente sarebbe utile, anzi utilissima. Tuttavia in Italia certi strumenti, che altrove hanno prodotto risultati importanti, sono ancora molto incompleti.

 

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Ultimo aggiornamento:  23 Luglio 2010 - 15:37

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