






CSR: per Legambiente c’è ancora molto da fare
Circa un quarto dei rifiuti speciali d’Italia viene smaltito illegalmente
1 Feb - 08:54
Il rispetto dell’ambiente è una delle maggiori forme di tutela degli stakeholder, un vero banco di prova dell’agire sociale delle imprese. Un tema delicato come quello della gestione dei rifiuti e in generale del ruolo delle associazioni ambientaliste nella promozione della corporate social responsibility appare dunque fondamentale per la comprensione dell’attenzione reale delle aziende alle esigenze di tutti i portatori di interesse. Ne parliamo con Stefano Ciafani responsabile scientifico di Legambiente.
Qual è il ruolo della vostra associazione, quali i limiti e le possibilità di intervento in un tema tanto complesso quanto quello della responsabilità sociale d’impresa?
Il fatto che oggi colossi multinazionali sviluppino politiche di rispetto dell’ambiente è dovuto anche all’azione decennale delle associazioni ambientaliste e alle loro pressioni. Quando Legambiente è nata, nel 1980, l’attenzione per l’ecosistema era soltanto il curioso pallino di una minoranza, oggi tende a diventare politica globale. La nostra azione è comunque di confronto continuo. Non ci limitiamo a difendere l’ambiente nelle aule dei tribunali, ma spesso avviamo contatti diretti con le imprese per conoscerle, per suggerire modelli virtuosi e migliorare i processi.
Spesso però le aziende sembrano sorde. I crimini collegati al ciclo dei rifiuti sono numerosissimi e percorrono tutto il Paese dalla mancata bonifica dell’area ex Santa Giulia di Milano, allo smaltimento illegale dei rifiuti dell’ex Italsider di Bagnoli. Fioriscono commissioni parlamentari e norme, ma la situazione appare grave: qual è la vostra percezione?
Noi siamo quelli che hanno inventato nel 1994 la parola ecomafia e da 17 anni fotografiamo e denunciamo una situazione di caos nella gestione dei rifiuti speciali nel nostro Paese. Ogni anno viene prodotta una enorme quantità di rifiuti dei quali è nota la produzione e ignoto lo smaltimento: a metterli insieme verrebbe fuori una montagna della base di tre ettari alta fino 3000 metri dai calcoli sui dati del 2006. Circa un quarto dei rifiuti speciali d’Italia viene smaltito illegalmente.
Cosa pensa del sistema della tracciabilità dei rifiuti denominato Sistri che dovrebbe complicare la vita dei trafficanti: è utile?
Tracciare i rifiuti è un’ottima idea, ma ancora i dispositivi devono essere distribuiti fra gli enti preposti ai controlli e con il Decreto Milleproroghe il sanzionamento è stato prorogato al giugno del 2011, quindi si rischia un buco normativo e sanzionatorio di qualche mese almeno.
Quanto guadagnano le imprese dallo smaltimento illegale dei rifiuti?
Dipende molto dal tipo di rifiuto diciamo da 100 a 1000 euro a tonnellata. Se considera che in media uno smaltimento illegale può abbattere i costi del 50-60% capisce che per alcune aziende è un affare. Un guaio ulteriore è che poi le aziende oneste finiscono per subire una concorrenza sleale e quindi il danno si allarga dall’ambiente al sistema economico.
Quali rifiuti vengono più facilmente smaltiti in maniera illegale?
In genere i più pericolosi per la nostra salute: le polveri di abbattimento fumi, i fanghi dei depuratori industriali... ultimamente sta crescendo anche il traffico delle terre derivanti dalle stesse attività di bonifica.
Ma il contatto con gli imprenditori che sensazioni vi dà? Cresce l’attenzione per queste tematiche? Ci sono difficoltà pratiche o burocratiche nello smaltimento legale dei rifiuti?
Sicuramente la pressione di norme sempre più rigide e il monitoraggio crescente delle comunità locali e degli enti di controllo hanno favorito una maggiore attenzione da parte degli industriali, ma non tutti – bisogna dirlo – fanno quel che dovrebbero. C’è inoltre un numero di impianti di smaltimento dei rifiuti speciali ancora sottodimensionato rispetto alle esigenze del Paese, ma non è che si veda la fila davanti ai loro cancelli. D’altra parte, se un quarto dei rifiuti speciali scompare, non c’è da stupirsi. C’è molto da fare insomma, anche in termini di sensibilizzazione delle imprese.
Suppongo che però ci siano anche esperienze positive: qualche esempio di società che hanno saputo coniugare l’attenzione per l’ambiente con il business?
Un caso virtuoso è quello di Novamont, nata dalle ceneri della Montedison, si occupa di bioplastiche, quindi di polimeri ricavati da materie prime vegetali: oggi esporta in tutto il mondo dei prodotti all’avanguardia che tutelano l’ambiente. Ci sono poi diversi casi di industrie chimiche che producevano lastre fotografiche e adesso fanno pannelli fotovoltaici.
Di traffico illecito di rifiuti si parla comunque sempre più spesso: dovendo tirare le somme, le norme, i processi e la crescente attenzione dei media non hanno migliorato le cose?
Sicuramente qualcosa è cambiato negli ultimi anni e l’azione di contrasto ha, per esempio, aumentato il costo del servizio illegale di smaltimento per le imprese che cercano di fare le furbe: la via illecita rimane conveniente, ma ci sono più rischi e quindi più costi. Si moltiplicano le denunce e le commissioni parlamentari. C’è però ancora molto da fare. Il nuovo ddl sulle intercettazioni, per esempio potrebbe mettere a rischio il contrasto ai trafficanti di rifiuti. Entro quest’anno l’Italia dovrebbe recepire la direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente: questo consentirebbe un allargamento del contrasto alla criminalità anche nel settore della gestione delle acque e delle emissioni aeree. Certo i dati sono desolanti: la montagna di rifiuti illecitamente smaltiti continua a crescere e dunque ancora non si può parlare di miglioramento della situazione.








