






CSR: in Europa ci vorrebbe più attenzione al consumatore
Intervista con Alberto Martinelli, autore di “Il bilancio sociale. Stakeholder e responsabilità sociale di impresa”
8 Nov - 15:35
“L’attuale modello di crescita non è sostenibile nel lungo termine e probabilmente neanche nel medio, introdurre nuovi modelli di sviluppo è quindi necessario, anche se tutt’altro che semplice”. Alberto Martinelli, professore di Scienza politica e Sociologia all’Università di Milano e autore del libro “Il bilancio sociale. Stakeholder e responsabilità sociale di impresa” mostra un cauto ottimismo nell’affrontare il complesso tema della Responsabilità sociale di impresa.
Molto spesso nelle aziende coloro che si occupano di CSR fanno riferimento all’area comunicazione più che al top management lasciando in qualche caso l’impressione che la responsabilità sia più spesso una questione di immagine piuttosto che un’istanza pervasiva del management. E’ un rischio concreto?
Questo è corretto, la Corporate Social Responsibility deve far parte della strategia dell’azienda e non limitarsi a un’operazione di comunicazione altrimenti rischia di non essere efficace.
Lei ha insegnato per diverso tempo anche negli Stati Uniti e conosce bene quella realtà: c’è qualche differenza che ha notato fra Vecchio e Nuovo Mondo?
Sì, nella diversa attenzione rivolta verso diversi stakeholder: negli Stati Uniti verso i consumatori. In Europa verso i dipendenti (oltre che verso i finanziatori in entrambi i contesti). Sarebbe auspicabile una maggiore attenzione qui per i consumatori e là per i dipendenti.
Potrebbe servire una class action più efficace?
Sì, senz’altro sarebbe utile, dal momento che in Italia le norme attuali sono ancora inadeguate, evitando tuttavia gli eccessi americani.
Se si prendono gli indici di sostenibilità, si scopre che spesso essi ospitano società non sempre “virtuose”, almeno in passato. Il Dow Jones Sustainibility Index ospita per esempio Eni, che di recente ha versato 365 milioni di dollari per atti di corruzione in Nigeria tra il 1995 e il 2004, e Siemens, famosa in passato per il più clamoroso caso di fondi neri che l’Unione Europea abbia mai registrato. E sono solo i primi casi che vengono in mente. Certo i parametri sono tanti, ma il rischio che ancora la qualifica “socialmente responsabile” sia attribuita un po’ alla leggera rimane. Lei che impressione ha?
Il problema della corruzione è uno dei più difficili da combattere, ma, pur sottolineando che è dimostrato dalla storia che questi fenomeni danneggiano l’economia e la concorrenza, bisogna fare alcune precisazioni. In passato le società petrolifere occidentali hanno richiesto che il governo nigeriano pubblicasse i contratti di concessione proprio per garantire la massima trasparenza, le società cinesi no. Il rischio, insomma, è che aziende non propriamente virtuose finiscano per essere avvantaggiate: questo vale ancor di più per ambiti diversi da quello complesso della corruzione. Comunque bisogna anche ricordare che diversi grandi gruppi si stanno dotando di strutture contro la corruzione. Per quel che riguarda in generale gli indici di sostenibilità, che pure sono molto selettivi, ritengo che la scelta dei criteri sia ancora oggi fondamentale, ma che serva anche una corretta e costante azione di monitoraggio, ne va della credibilità degli indici stessi.
Il problema delle emissioni di CO2 e in generale di uno sviluppo sostenibile è senz’altro uno dei più importanti nel settore. Le istanze ambientali tuttavia sono spesso contrapposte alla competitività delle aziende e di intere economie nazionali. Gli accordi internazionali spesso, in pratica, si arenano nei veti di soggetti come la Cina e gli Stati Uniti. Pensa che lo sviluppo globale debba lasciare indietro questa parte del CSR?
Sicuramente le istanze ambientali sono globali e presentano diverse sfide per tutti i policy makers. Gli accordi di Copenaghen hanno però dimostrato che alcune grandi potenze non accettano vincoli (come livelli massimi delle emissioni) perché non vogliono cedere porzioni di sovranità. Si è mostrata più percorribile la via degli obiettivi condivisi unitamente alla libertà di scelta delle strategie per conseguirli e si sono già raggiunti dei risultati.
Ma alle aziende conviene rispettare la responsabilità sociale di impresa. Per restare all’Italia casi come la mancata bonifica dell’area di Santa Giulia a Milano o l’emergenza rifiuti del napoletano che con Impregilo, con l’esercito, con la protezione civile, con A2A rimane sempre emergenza sembrano dimostrare che l’attenzione del Bel Paese per le istanze ambientali sia quanto meno trascurata. Si potrebbe anche ricordare che la Pianura Padana è una delle aree più inquinate del pianeta e citare molti altri casi: conviene eludere le norme del CSR?
In realtà, diversi studi hanno dimostrato che le società più virtuose dal punto di vista della responsabilità sociale di impresa hanno spesso anche risultati economici superiori alla media. Quindi non è affatto detto che essere socialmente responsabili sia uno svantaggio.
Quali sono le sfide del CSR in Italia? Non basterebbe una maggiore cultura della legalità?
La legalità è necessaria, ma non si può ridurre a questo la somma delle istanze della responsabilità sociale d’impresa. Bisogna favorire una vera e propria cultura delle responsabilità sociale nelle aziende, incluso il vasto mondo delle piccole e medie imprese, agevolare la diffusione progetti connessi al CSR nelle scuole e promuovere campagne mediatiche di sensibilizzazione.









